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Il Limbo dell'Istrione Erranteche bello udire l'applauso ilare, gonfiar la sala, scacciare il male e sempre cedere con batticuore a sogni e parole da far scoppiare... 2009/3/23 LAPIDE AD IGNOMINIALo avrai camerata Kesselring il monumento che pretendi da noi italiani ma con che pietra si costruirà a deciderlo tocca a noi. Non coi sassi affumicati dei borghi inermi straziati dal tuo sterminio non colla terra dei cimiteri dove i nostri compagni giovinetti riposano in serenità non colla neve inviolata delle montagne che per due inverni ti sfidarono non colla primavera di queste valli che ti videro fuggire. Ma soltanto col silenzio dei torturati Più duro d'ogni macigno soltanto con la roccia di questo patto giurato fra uomini liberi che volontari si adunarono per dignità e non per odio decisi a riscattare la vergogna e il terrore del mondo. Su queste strade se vorrai tornare ai nostri posti ci ritroverai morti e vivi collo stesso impegno popolo serrato intorno al monumento che si chiama ora e sempre RESISTENZA (Pietro Calamandrei, alla memoria di Tancredi Duccio Galimberti) 2008/7/2 SUERTE O MUERTE Il tempo sospeso tra il caldo che attacca alla fronte e questi fulmini danzanti nel cielo notturno. Tutto il giorno passato tra società ed accomandatari, nugoli di confusione mi riportano in mente ratei di sentimento, risconti di memoria: voglio che la mente si spenga, per le poche ore in cui le è concesso riposo, abbandonarmi alla nolontà della notte, alla ninna nanna di motori che ronzano, cilindrate che sfrecciano, per ricordarmi di essere a Milano. Oggi qualcuno mi ha invogliato ad aver paura per aver coraggio, ad essere "guerriero della luce": purtroppo ho scordato, come sempre, di pagare la bolletta dell'Aem. Ma basta indugiare sul piano di questo pc non sforno più melodie ma suoni confusi, nemmeno rumore, ma un triste ticchettare di tasti sempre tesi a trovare la parola giusta, che dev'esser DOMANI e non adesso. Hasta siempre, companero, y a magnana. P.S. Ma era necessaria questa repentina idiozia? Aguardiente 2008/6/22 MOSCHE & MOSCHETTIPorsi quesiti che non meritano risposta è un vagolare scalzo tra braci appena spente. Eppure lo sappiamo, la wille ci è nemica, padrona d'istinti ed anche a quest'ora tardiva nelle ore buie ci accompagna e punta la sua luce fastidiosa sulle nostre pupille dilatate. Sono nudo, fra termiti d'intelletto e lenzuola già usate; e questa nuova domenica delle salme è cominciata col solito fragore di fucilate. Ho spiato un lembo di te: le tue fenditure, le tue pose da star, tu, Audrey Hepburn malinconica; tu, Carolyn Jones dalle gote di sole; tu, una Cyd Charisse dalla gamba corta; dove io termino e tu inizi, in questa falda spazio-tempo che ci separa nell'essere incredibilmente lontani, tramonti ed albe che si sfiorano senza nemmeno guardarsi; ritorno indietro, e cado soffice e lento, come alice dentro al pozzo nero dei tuoi occhi, ti ricordo in un'era che è fuggita; le scarpette dalla punta arrotondata, le gonne lunghe ed ordinate, quella frangia da studentessa delle elementari; proprio lì sei andata via, quando stavo per chiedermi chi fossi e pian piano sei tornata, lallazione poetica d'un istante; e quell'alternarsi di sguardi languidi ad una serietà ostentata di occhietti arguti; ahi, quanto il ricordo può falsare le immagini sciogliendole come creta bagnata dall'acqua salmastra di quest'ottuso presente, che ancora rintrona del fragor dei fucili di questa domenica crescente. E al moschetto preferirei le mosche, ma non ci sono retini atti a schiacciare le mie riflesse pallottole umorali. 2008/6/19 CONFESSIONI DI UN TEPPISTANon tutti son capaci di cantare
E non a tutti è dato di cadere Come una mela, verso i piedi altrui. È questa la più grande confessione Che mai teppista possa confidarvi. Io porto di mia voglia spettinata la testa, Lume a petrolio sopra le mie spalle. Mi piace nella tenebra schiarire Lo spoglio autunno delle anime vostre; E piace a me che mi volino contro I sassi dell'ingiuria, Grandine di eruttante temporale. Solo più forte stringo fra le mani L'ondulata mia bolla dei capelli. È benefico allora ricordare Il rauco ontano e l'erbeggiante stagno, E che mi vivono da qualche parte Padre e madre, infischiandosi del tutto Dei miei versi, e che loro son caro Come il campo e la carne, e quella pioggia fina Che a primavera fa morbido il grano verde. Per ogni grido che voi mi scagliate Coi forconi verrebbero a scannarvi. Poveri, poveri miei contadini! Certo non siete diventati belli, E Iddio temete e degli acquitrini le viscere. Capiste almeno Che vostro figlio in Russia È fra i poeti il più grande! Non si gelava il cuore a voi per lui, Scalzo nelle pozzanghere d'autunno? Adesso va girando egli in cilindro E portando le scarpe di vernice. Ma vive in lui la primigenia impronta Del monello campagnolo. Ad ogni mucca effigiata Sopra le insegne di macelleria Si inchina da lontano. Ed incontrando in piazza i vetturini Ricorda l'odore del letame sui campi, Pronto, come uno strascico nuziale, A reggere la coda dei cavalli. Amo la patria. Amo molto la patria! Pur con la sua tristezza di rugginoso salice. Mi son gradevoli i grugni insudiciati dei porci, E nel silenzio notturno l'argentina voce dei rospi. Teneramente malato di memorie infantili Sogno la nebbia e l'umido delle sere d'aprile. Come a scaldarsi al rogo dell'aurora S'è accoccolato l'acero nostro. Ah, salendone i rami quante uova Ho rubato dai nidi alle cornacchie! È sempre uguale, con la verde cima? È come un tempo forte la corteccia? E tu, diletto, Fedele cane pezzato! Stridulo e cieco t'hanno fatto gli anni, E trascinando vai per il cortile la coda penzolante, Col fiuto immemore di porte e stalla. Come grata ritorna quella birichinata: Quando il tozzo di pane rubacchiato Alla mia mamma, mordevamo a turno Senza ribrezzo alcuno l'un dell'altro. Sono rimasto lo stesso, con tutto il cuore. Fioriscono gli occhi in viso Simili a fiordalisi fra la segala. Stuoie d'oro di versi srotolando, Vorrei parlare a voi teneramente. Buona notte! buona notte a voi tutti! La falce dell'aurora ha già tinnito Fra l'erba del crepuscolo. Voglio stanotte pisciare a dirotto Dalla finestra mia sopra la luna! Azzurra luce, luce così azzurra! In tanto azzurro anche morir non duole. E non mi importa di sembrare un cinico Con la lanterna attaccata al sedere! Mio vecchio, buono ed estenuato Pégaso, Mi serve proprio il tuo morbido trotto? Io, severo maestro, son venuto A celebrare i topi ed a cantarli. L'agosto del mio capo si versa quale vino Di capelli in tempesta. Ho voglia d'essere la vela gialla Verso il paese cui per mare andiamo. Sergej Aleksandrovič Esenin 2008/2/21 CHE FINE HA FATTO L'ART. 21 COST?Si è ultimamente accesa una vera e propria querelle all'interno del partito Radicale scaturita dal seguente articolo http://www.radicali.it/newsletter/view.php?id=116656&numero=8013&title=NOTIZIE Alcuni esponenti (vicini, per legami più o meno alla luce del sole, a Giuliano Ferrara; questo mi induce a dubitare della loro buona fede) hanno criticato duramente (http://www.radicali.it/newsletter/view.php?id=116807&numero=8039&title=NOTIZIE%20RADICALI) l'autore Luciano Pecorelli non volendo, a parer mio DOLOSAMENTE , cogliere il lato satirico ed invettivo dello scritto, liquidato come una semplice sequela d'insulti "senza la minima traccia di argomentazione". Avendo io invece letto tra le righe una forte ironia non finalizzata, per ammissione stessa dell'autore, a dimostrare una tesi (per la quale prende già esaustiva posizione il buon Marco Pannella), penso sia doveroso lamentare il fatto che all'interno di un partito storicamente fra i più liberi ed irriverenti del panorama italiano, fra l'altro strenuo difensore della battaglia sull'aborto, vi sia ancora qualcuno intenzionato a "mettere il bavaglio" a chiunque esprima una propria idea senza peli sulla lingua, risultando così inevitabilmente politically incorrect. Del resto, si sa, è successo anche a Leonardo Sciascia, anch'egli in passato esponente radicale. Spero che non vi sia indifferente la questione, e sarebbe un bel segnale mandare una piccola mail di protesta ai Radicali stessi, in quanto spesso promotori delle principali battaglie italiane a sfondo sociale, per rimarcare il fatto che, per assicurare e difendere la LIBERTA' nella vita sociale e nella politica, bisogna cominciare proprio all'interno di un partito, che ha il dovere di essere esente da faziosità di sorta. Se siete d'accordo con tutto ciò, inviate il vostro disappunto a: pannella@radicali.it bernardini.rita@radicali.it notizie.radicali@radicali.it P.S. Se qualcuno volesse sapere di più su Luciano Pecorelli potete trovare i suoi scritti su migliaia di blog sul web. Lui non ne ha uno proprio ma viene continuamente citato e pubblicato per il suo stile mordace ma sincero, che lo rende certamente sempre scomodo a qualcuno. Grazie a tutti. 2008/2/10 L'OMOFOBOa Peppone
Abituarsi alla diversità dei normali è più difficile che abituarsi alla diversità dei diversi. Giuseppe Pontiggia – Prima Persona - Pronto? Si, parla l’Alloggio del Teatro. Un attimo controllo… si, ce l’abbiamo una camera. Singola? Si si. Di Lazzaro, vabbene. Si, l’aspetto. Arrivederci – click –
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[i] Citazione di George Lincoln Rockwell, fondatore del Partito Nazista Americano Da EL ALEPH #7 2008/1/18 EPPY COMPLEANNU TU MIPicciotti, grazie a tutti.
Un grazie particolare a chi ha inventato il blog:
posso ringraziare tutti senza rispondere necessariamente a
mails ed sms.
2008/1/16 JONIN (o IL SILENZIO DELLA TERRA) – UN MONOLOGONon est itaque quod quemquam propter canos aut rugas putes diu vixisse: non ille diu vixit, sed diu fuit Seneca – De Brevitate Vitae
Se il mondo fosse pietra lo scaglierei lontano, verso l’abisso profondo della notte. Così pensava Jonin, seduto, sul limitare della sua adolescenza, sotto un marcescente tronco di salice. Sedeva pensoso ed intensamente scrutava il cielo, come se tracciando linee fra gli astri potesse scorgere il verbo della verità assoluta, ma i suoi occhi, dopo sforzi di fantasia geometrica, finivano per perdersi nell’infinità di quel buio vuoto e baluginante. Aveva folti capelli già bianchi, boccoli di neve intarsiati di sottili fasci d’argento, nonostante fosse poco più che maggiorenne, e un viso lindo e fanciullesco su cui gravava un’espressione disillusa e matura. Le sue braccia mollemente penzolavano sul terreno, e le mani stringevano le caviglie, quasi volessero impedirgli di correre e fuggire via. Lo faceva sentire sicuro quella posizione quasi fetale, in quel piccolo lembo di alto promontorio a ridosso sulla costa da cui il suo sguardo dominava le cose, dal mare inarrestabile al paesino pieno di luci lontane simile ad un presepe, mentre lui abbandonava le spalle alla corteccia. Sotto quelle fronde si cullava da quando era poco più di un bambino; aveva percorso innumerevoli strade, aveva creato mondi colorati dai quali sviare la conflittualità dei giorni, il suo sentirsi poco adatto alla vita e alla società. Era uno di quegli esseri in continua fuga. Le sue gambe erano gracili, il suo corpo poco robusto e vessato da una sfibrante osteogenesi imperfetta. Perciò preferiva vagare nei meandri della mente, evadere sul tappeto magico dei fogli di carta tramite l’incantesimo della parola scritta. - Dove ha origine il nostro dolore avrà fonte la nostra forza. L’avrò scritto un anno fa, in uno di quei momenti in cui l’illusione è panacea di ogni nostro scoramento… sublime potere dell’Arte. Sono ancora giovane, ma già consunto nell’anima. La giovinezza, la lieta età che rifugge ogni malizia. L’età spensierata la chiamano fino al trascorrere dei primi lustri. L’età dell’incoscienza, dove ogni baldanza è di natura, ogni egoismo più crudele un semplice capriccio; e la superficialità un dono divino. Io non ero come i miei coetanei. Non giocavo a campanaccio o a mosca cieca. Qualche volta a nascondino, semmai, e il mio rifugio era sempre qui, sotto il pendente fogliame di quest’albero appressato al litorale. Solevo adagiarmi, e sentire gli odori e i rumori del mare; era più intenso in tal modo il perdermi nelle storie, nelle sottili malìe che un libro segretamente custodisce tra righe inchiostrate di nero e pagine diurnamente ingiallite. Fu allora, credo, che cominciai a scriverne anch’io. E così ho vissuto molte vite, tante esperienze immaginifiche, di cui adesso non riesco a fare a meno… la finzione che creo è alimento, carburante che mi permette di vivere la mia esistenza… rubate i miei i sogni e perirò; stremato e senza forze cadrò per terra con il tonfo sordo di un manate in deliquio, uniforme ed amorfo perché solo l’onirismo dà forma a ciò che sono, creando gli echi che mi sussurrano queste ed altre parole. L’Arte. Una fiamma che divampa quando la tenebra m’assale, un appiglio sotteso sul baratro del tempo fuggitivo. L’Arte che solleva i popoli, l’Arte che infrange la mobile omogeneità degli oceani; l’Arte che è fiaccola dei cuori, l’Arte che barbaglia negli occhi dei bambini, aprendoli alla coscienza. È il principe dei Demòni, l’Arte maestosa. È il mio lattefiele nell’ora d’avversità; è la chiave che ha aperto i cancelli della percezione prima che giungessi alla maturità dei miei anni, che ha attratto in me pensieri ed emozioni, intersecandone le mani, inducendoli alla danza più armoniosa. E per questo è la donna che più amo, e che sommamente adesso maledico…
Così pensava Jonin, e un ciuffo bianco penzolava tra le sue palpebre semichiuse ricordandogli che il tempo può passar via presto, inverosimilmente presto…
- La giovinezza. L’anelito sanguigno che zampilla nella vena palpitante della vita. Celebratela pure, consideratela magari un eden temporale concessoci per pochi istanti da un dio beffardo: essa è soltanto l’inizio della fine. È lì che germina il seme della sofferenza; in questa fallace epoca aurea si originano i nostri affanni. Allora godiamone, alziamo i calici poiché il tiranno è morto, non attendiamo i lumi: dáktylos améra, ed io ho già dismesso la clamide.
O Mimnermo, sublime Mimnermo: in venature di foglie ninnate dal vento dell’esistenza ci hai disegnati, e l’ignoranza del bene e del male sarebbe forse il volo più lieto quando l’effluvio di petali in primavera intorno si spande.
O Mimnermo, stolto Mimnermo: potrai mai cogliere i fiori della giovinezza quando questa ti offre solo le sue spire? Non la vecchiaia penosa ci addossarono gli dei, ma la terra infertile, il dolore della carne, l’avversità della Natura. Fin dai primi istanti, l’umano fatto bimbo piange e si dispera della propria caduta, maledicendo la sua genesi e il sopravvento della luce .
O Mimnermo, vacuo Mimnermo: quanta inane vanità contornava ogni tua parola! Due Chere ci condurranno infine all’estremo di morte…
Jonin guardava, i suoi occhi di smeraldo grezzo incastonati in frammenti indefiniti dello spazio infinito. - Cosa vi sarà mai lassù? Chi si accovaccia timoroso tra nebulose e supernove, celando il suo volto alle nostre pupille e il suo sapere al nostro? Vorrei fuggire lassù e perdermi dove luce ed oscurità trovano una requie alla propria eterna lotta. Sono fuggito. Ancora una volta. Questo è l’unico luogo in cui io sia lontano dalla città degli uomini. Già, gli esseri umani. Grette ed arroganti forme di vita che passano i giorni a palparsi le tasche e ad auscultare i propri stomaci. Ogni mattino, una vasta moltitudine di anime-ingranaggio rotea a pieno ritmo per dare gas e vapore alla macchina ridondante della società. Il soddisfacimento della voluttà è il combustibile primario che alimenta il profitto, pistone pompante e motore immobile del mondo. Ingrata, indolente umanità, dimentica della bellezza, dedita all’idolatria del nulla. Li sento respirare ansanti, camminare in flotta con passo griffato, con stolidi sorrisi compiacersi del teatrino quotidiano. Ci vorrebbe un Armageddon, una purga universale per mondare l’esistenza dalla sozzura degli uomini… ma forse, tento solo d’ingannarmi: è solo la mia incapacità a rendermi bilioso, l’inadattamento ai crismi dell’odierna società è l’unica causa di queste parole. In realtà, chi disprezza i teatranti della commedia della vita non odia altri che se stesso ed il suo blando recitare…
…E con lo sguardo inerte di chi ha perso ogni cosa, Jonin scrutava il cielo, ma quegli occhi, lenti di telescopio orientate verso le falde dell’immensità, cercavano in realtà i cocci dispersi dentro se stesso. Aveva passato gli anni ad inseguire l’essenza del creato, a tribolare su come destare i suoi simili alla meraviglia delle cose, a gridare che le risposte stavano lì, attorno a loro, tra le pagine policrome della Natura, la più grande opera epica mai scritta. Ma adesso si sentiva solo, e sconfitto. Nell’immoto silenzio dei faraglioni, un’eco paranoica trivellava la sua mente: Amechanìa. Era la parola chiave della sua disfatta, lo stremava fino all’orlo della follia. Amechanìa. La sua cosciente impotenza dinanzi al genere umano, sordo ad ogni impetrazione di risveglio, condannato ad un’inesorabile autodistruzione. E sfiancato da tali pensieri, si accasciò supino all’umidità del suolo.
…aprì le palpebre, poco dopo, e d’un tratto, come un recluso liberato da una sotterranea prigionia, attonito vide LA LUNA. È lei, l’astro della notte che cresce. Mi rapisce d’intensità accecante nel fulgido languore della sua luce; illumina il mio spirito con forza repentina, la stessa con cui acceca il mio sguardo. Così pensava Jonin, alzandosi e tendendo le mani come per afferrarla e stringerla a sé, nella tremula aria riecheggiante di schiuma marina. Il chiarore lunare si rifrangeva sulla scogliera, e le rocce frastagliate parevano stalagmiti di sole cristallino. Così diceva tenuamente sporgendosi e il suo pianto placido e chiaro sembrava lo specchio del mare sottostante.
- È notte. O forse mattina incipiente che si arrampica sulle spalle di questa oscurità indifesa. È buio che respira il rumore in sottofondo tra le luci di questa valle dormiente. E i cani abbaiano, gli uccelli tubano, i galli innalzano un canto al grano e alla zizzania. Mentre un uomo dall'animo confuso si affaccia alla finestra, cercando di asciugare il lacrimare della terra. Scruta, prolungando lo sguardo oltre la luce rossa, forse una macchina ferma sul ciglio dell'asfalto, accanto un colle di fiori ed animaletti nascosti...
Sul margine dello strapiombo si allungò come a toccare il firmamento con la punta delle dita, simile ad un angelo nostalgico rinnegato dall’empireo…
- Luna splendente nel cielo di pietra, tu che illumini il mio corpo, avvolgimi e confondimi nel tuo manto stellato. A te soltanto io protendo le mani. Allarga le braccia argentate e materne ed accoglimi al tuo ventre: in un amplesso di sensi trapasserò la tua volta per librarmi sui miei arti sciancati come fossero ali…
…
…e Jonin cadde, Icaro impotente rifiutato dal cielo e dall’imperio degli astri, guardando la notte che
lo sovrastava; vide un dio sonnecchiante destarsi e raccoglierlo in palmo, assurgere ai margini del cielo, e il suo sorriso si spanse corrusco, foriero di una nuova alba. E un tonfo sordo dalla scogliera
ruppe, solo per un attimo, il silenzio di quella notte stellata.
2008/1/9 LA CANZONE DEL GATTO BALDARELLAGiunta è al fine la rassegna di felina 'sì baldanza
ma colpevole è l'Autore di un'assai grave mancanza: io non so se fu distratto o lo fe' per intenzione ma porrà a ciò rimedio qui la voce dell'Istrione. Il poeta nostro è saggio, non di spirito attempato,
per paura o per scongiuro non l'ha forse nominato perchè a questo rio felino manca in testa una rotella se lo nomini ti cerca, lui è il gatto Baldarella! Egli è un micio pigro e ozioso, e fa sempre un riposino
dopo pranzo quando sviene tra il suo letto ed il cuscino e non c'è proprio alcun verso di poterlo ridestare, se lo scuoti lui mugugna, ed è arduo farlo alzare! Quando poi però si desta, si diverte a far dispetti
tinge tutto in mayonese quando meno te l'aspetti; ed è inutile inseguirlo, nè ti giova di sbraitare è un micio tarantolato, non lo puoi mica fermare! La natura ora lo muove a dipinger su una tela
è così che l'esser gatto ad ogn'occhio umano cela figurando down ed ombre, volti tristi di barboni lui vi ammalia e vi confonde, e vi droga di visioni. Con quel viso demenziale gabba l'opinione pubblica
ma lui sogna in mano il mondo, vuole farne una Repubblica! Diffidate di quel coso con cui raffigura il bello tiene in mano la sua coda, e la spaccia per pennello! Lo potrete riconoscer per il suo fare maldestro
è così che lui è fatto, è anche il senso del suo estro, ma c'è ancora un'altra cosa che con l'uomo lo confonne pur se ha animo di micio a lui piacciono le donne! Se lui vede una fanciulla fa richiami e miao d'amore
ma se spunta una bruttona, con l'ascella spande odore! Amaretto nel caffè, non disdegna il tabagismo si fa lusso d'ogni vizio come un figlio d'estremismo. Se è sul vostro cornicione vi può fare un poco effetto
ma lui manca di equilibrio, cade giù nel cassonetto. State attenti alla morosa, nascondete la sorella, ve lo dico in tripla rima, che la vita è ancor più bella con questo ridicol uomo quale è il gatto Baldarella! (Istrionica Appendice a
Old possum's book of pratical cats di T.S. Eliot,
sommo cantore dimentico di un gatto importante) 2008/1/8 TUTTO IL DOLORE DEL CIELOAttesi, nell'incavo elicoidale delle ore, una lancia a salvarmi dal naufragio del tempo. Ero bambino allora, di quell'età che allieta ogni colore, ed avevo già paura di morire. La famiglia era un loculo, mi salvava, mi proteggeva, coprendomi il capo in un burka d'amore, ed io non sapevo, no, non conobbi allora cosa serbava nel petto, ciò che stava dietro le costole del mondo, e riposavo e ridevo, lieto e con occhi sereni, dietro l'inganno universale, il masso o capitello che nasconde, come un ebreo dalla scure di Kappler, tutto il dolore del cielo.Per questo sono cresciuto con l'immagine di dar amore all'umanità, pretendendo che l'umanità mi desse amore; ma l'amore è sordo e figlio unico, e gira il suo giogo in un campo di segale e sale, sterili buoi che camminano affannati al peso di un aratro dalle ruote di piombo; l'amore non è un diritto ma debolezza del fato e tirannia del cuore. Le luci di sotto illuminano il ritorno mentre ondeggio su questa strada muta. Ed io non sono un ignavo ma un folle che ora volge le membra alla notte pregando un abbraccio di oscurità e candore... 2008/1/5 MANIFESTO DEGLI SCHINIATORIOgnuno di voi per Capodanno avrà fatto qualcosa di interessante: chi è partito per un viaggio, chi ha lasciato la ragazza, chi ha festeggiato infiammandosi i peti al posto dei fuochi d'artificio.... qualcun altro ha pensato bene di metter su carta tutta la propria weltanschaung o per lo meno il nocciolo duro della stessa, nella paura di non arrivare all'anno nuovo e di lasciare l'umanità priva dell'immensa saggezza del suo Verbo: vi allego di seguito l'opera magna che ha aperto il 2008 nel modo più lascivo, creata dal nostro schiniator maximus Rokko Brukkoleri:
Ciò che segue non ha nulla a che vedere con la letteratura, né con le lettere, tantomeno con i letterati…è un appunto! Tutto non nacque, semplicemente si verificò, senza date né appuntamenti. La schiniata è oggi ciò che fu la 500 durante il boom economico……naturalmente, come i più luminari si saranno accorti, il verbo schiniare non si trova sul Devoto-Oli e credo che anche il nostro Umbertone nazionale si troverebbe di fronte ad un enigma ragguardevole! Quella che nel resto della penisola è conosciuta come “limonata” o “paccata” o “trescata” , insomma il bacio passionale , in Sicilia è per noi la schiniata! Ma con questo termine si indica molto di più di un semplice approccio bocca bocca con lingua, per noi è uno stato d’animo! Quando noi maschiacci siculi si va a far baldoria di sera, non si tenta di innamorarsi, di far i provoloni tanto per il gusto di farlo, noi vogliamo schiniare. Ci importa meno della salute del Papa se non scopiamo, se la tipa ci dà il numero con l’ultima cifra sbagliata o se c’è il rischio che quella sventola che hai conosciuto l’indomani parte e forse la rivedrai tra quattro mesi, se ci schinii hai vinto! Ecco, capisco che non è facile da comprendere, ma è semplicemente una forma di relazionarsi, in maniera pacifica e senza l’impegno dell’intimità sessuale che poi altera sempre il rapporto. Noi schiniamo per essere felici, per continuare la serata sorridendo e per risvegliarci la mattina e ricercare, nel putiferio della sbronza, quel dolce sapor di lingua femminile che ci ha reso quelle ore un pò più uniche ed effervescenti. La schiniata è una maniera di affrontare la vita, è una tecnica di sopravvivenza, è un modo di confrontarsi ed è, ovviamente, anche una valvola di sfogo. Certo, alle volte bisogna anche andare un po’ oltre, ma questo mai deve essere il fine, l’unico obiettivo concesso agli schiniatori di professione è la speranza di farsi una schiniata per avere un po’ di materiale fresco per una decente seghella, tutto il resto non fa parte del nostro manifesto. Noi non siamo perversi, ognuno di noi affronta quotidianamente le innumerevoli difficoltà dell’esistenza, si suda, si piange, ci si dispera come purtroppo è giusto che sia, non siamo dei “minatizzi” e neanche gente vuota, ogni forma d’arte e prestigio è in noi presente, noi idolatriamo la conoscenza e la casualità, adoriamo l’imprevisto ed accogliamo gioiosamente i pazzi savi, rigettiamo le bestie ed i burini nei luoghi a loro addetti noi imprechiamo la raffinatezza e l’estetica, curiamo il particolare e rafforziamo la storia noi siamo degni figli di questo universo, cittadini del mondo ed ammirevoli socializzatori, ma soprattutto noi elogiamo la schiniata contro ogni forma di violenza. 2007/11/25 DENEB ALGEDICos'era quel respiro ansante che ruppe la quiete dopo il clamore? Con l'odio irreprensibile che acquieta la nevrosi, io trovai, oltre la selce, oltre il rumore, il cielo di marte, di seta ruvida rosso rubino, e mi sorrise con occhio che abbaglia. Era la sera delle gote assetate, ed i giorni passavano, gravidi pattumiere, come preservativi usati, a raschiare le ore nelle voci dei calici di vino, a rubare la pelle a chi coglie le more. Adesso son solo, ti guardo ballare, circondata di mani, protesa agli odori, di vampe e di lune bagnata, rapita dai soli. Stasera vagavo fra note stonate, tra posti e locali che sono tue mete, però tu non c'eri, è difficile amarti, e tu non sei donna ma doni la vulva a braccia di passanti, accogli tra le gambe uomini, padri dei tuoi figli di una notte; ed ogni orgasmo è un aborto, uno spermatozoo che ormai se n'è andato. Ma in fondo è così, io volevo una vita, in prestito, in comodato, emozione sanguigna di un taglio istantaneo. Dove andrai adesso, mi chiese l'uomo al bancone. Dove mi porta la notte, fu il mio canto silente, tra la sera ed il buio, come se morente potessi tenderti un bicchiere e brindare alle stelle. Ma lo presi, quel whiskey, ne bevvi a più rate. I ricordi affogano, non sanno nuotare. Volevo distruggerti, saperti lontana, idea di un mio sogno appena sfiorito. Io sono il tuo confessionale. Nella predica delle ore notturne, dipingevo sorrisi, nascostamente segando il pennello, ed ognuno cercava approvazione. Durante la caccia al fagiano si vuol sparare in alto. Se la preda ti gira intorno, ti sembrerà uno scoiattolo o forse non te ne accorgerai. Maledetto segno pervicace che tormenti elettrodi e la nascita. Fuggi via prima che il freddo ti porti, prima che la luna assassina ti stringa forte a sè nel suo velo di raso. Sono solo, ramingo. Nei paraggi non c'è nessuno: ma non riesco a spiegarmi questa smania d'attenderti nella folle promessa di vincere il tempo. 2007/11/24 VA A DORMIREE ancora una volta, calpesto il marciapiede con viso sommesso… i miei piedi schivano i solchi, piccoli laghi d’acqua piovana figli di gocce e grondaie ed io guardo il seme nell’aria che rotola… il silenzio che passa, e cade sui binari dei tram, s’investe sotto i motori delle auto.. .e ancora non comprendo perché prima del sonno, io attenda il ciglio dell’alba. La mia continua ricerca tra i cespugli, rovisto tra il fogliame del tempo perduto, e trovo pagine bianche o forse macchie di troppo, talvolta anche poemi di vita vissuta, ma è solo epica dell'esistenza, e i fogli non bastano mai. Inseguo i miei giorni, comunque si vestano, ma non ne tengo il passo e perciò tormento le notti. Ancora la luna non si è abbassata, ma il canto di veglia del mondo disturba le mie orecchie come un rapace che ronza nell'aria.
2007/11/22 SEDUTO SULLA CERVICEPenso sia la stanchezza. O forse quella strana voglia che mi prende la notte dopo ogni bevuta e qualcosa vola via, dentro me, come una lenza quando il pesce ha abboccato. God, che stupida follia. Al limite del godimento, non riesco a penetrare la noia per ingravidarla di gioia. Mi ferma la bocca dell'utero, il suo lieve pompino di cervice dove attendo e spingo, spingo, garrisco, spingo, agito, spingo, lavoro di frenulo, spingo, e fatica trasuda dagli occhi, spingo, anche adesso che son cieco, e spingo, il mio amore amaro fino alla gola eiaculando, e spingo infine, finchè la mia voglia non soffoca. Alimento della carne, arsura dello sperma. Il cuore è sciolto, sentine l'odore, il cuore è cera, e tu sei il calore; Dio, prenderei il telefono ed urlerei, ricomporrei i tasti come un mosaico, prefissi d'anima senza elenco, arriva arriva animale del cuore, ancora caldo, liquefatto, poltiglia emozionale che scacci il rancore, potresti tradirmi ma sarebbe l'ennesima, potresti voltarmi le spalle ma il tuo volto è lontano, e allora lo so che non vorrai più aiutarmi, monti le assi incastrandole in croce, il mio petto è pronto ad un nuovo calvario, un Golgota bruciante, il rogo del peccatore d'amore... mio buon Gesù, hai ancora fecondato mia madre? Getterei la maschera, ma non ho teatro, soltanto palcoscenici di donne e di ore, non so dirti perchè, Euridice, ma avevi un cane, ed eri forse tu quella ninfa, o forse il cane, maledetto austero rabbioso animale, splendido licaone dal viso superbo, ed io arreso come quel pezzo dei Moloko, restavo io, frammento rosso di un ventre giallo, restavo qui, e San Michele aveva un gallo. E per addomesticarmi non basteranno latteemiele, ma solo la sera che mi si accosta vicina. Mi sento un relitto, un lamento di donna, un sentiero d'autunno che appena spazzato si copre nuovamente di foglie secche. Tu sei il sicomoro, e spero di abbatterti con violenza inaudita. 2007/11/21 MARCUS MILLERUn assolo baritonale era la sua voce, arbusto efedrino di lisergia tagliente. Era un colpo di grancassa il suo urlo improvviso, ed ancora noi stavamo a guardare il suo baffo di tigre fiammeggiare lontano, nel folto della notte come vampa che acceca. Io lo guardavo e nel frattempo ballavo, perduto nel sogno di una danza come nei balcani, circondato da sangue dell'est e loro forme procaci. Ti sento lenta come un dolore. La scia ricorda un destino fradicio. Il tuo nome ed il sole, un letto sudicio. Tu, pornoanima in pornocuore. Ancora mi cerchi ed osservi la notte, qualcosa suonava in quel velo di ore. Vedevo le luci del giorno, i rivoli assurdi di Goethe e di Marlowe. Cominciò con un jazz, poi Stewie Wonder, quei fianchi balcanici ondeggiavano amore, continuando col funk riuscivo a dimenticare, ma guardavo il suo basso, non mi potevo destare. E fu nell'alcova di mille preghiere, che io resi l'anima al primo bicchiere, nulla ormai ci separava; un pavimento più alto, veniamo insieme, dal sax tenore a quello contralto. Scusate se termino, ma dovrete sapere, che vidi le mani di Dio, ed erano nere. 2007/11/19 I RAGAZZI SARANNO SCHELETRIImprimo parole come musica, e la tastiera è un piano che imprigiona note in forma verbale. Cos'è questo fragore che mi tormenta l'anima? Un'eco smunta, una flebile voce in sottofondo e tutto quel che era lontano adesso è ritornato. Vuoi fuggire da queste nuvole accecanti? Vuoi che il tempo, e quelle onde, siano delfini che ci portino via, e non la nostra tomba? I ragazzi saranno scheletri. Ma noi saremo andati al galoppo e le ore non ci prenderanno. Quando il sole tramonterà, altri sguardi cercheranno i nostri sorrisi, altre braccia il nostro petto, altre mani firmeranno trattati. Ma la polvere resterà, madre dei giorni che imbianca le gote, i cuori saranno tumulati, ed un'altra data solcherà il calendario. Mi fa quasi piangere a pensarlo ma è la vita, matrigna benefica di cui siamo le vittime. Il nostro corpo deflagrerà; le piante berranno le nostre lacrime; il nostro sperma feconderà le notti, e cesserà di riprodursi. Siamo falene che urlano nei cerchi del buio crescente, noi piccole pantomime accese come fiaccole. Ed un giorno un uomo verrà, prendendoci per mano ed accompagnandoci. E finalmente ci dirà che la morte è cominciata prima del parto. E la nostra nascita non sarà stata che una vampa accesa prima del salto nel buio. 2007/11/17 GONGILAUno schiaffo d'ardesia lacrimante passa per la mia via come fosse un lampo che volge al termine della notte che m'osserva. Io sono qui, ed attendo. Attendo da ore. Ed ancora penso a quel bacio. Lei si fidava, non riesco ad immaginare quanto. Potresti mai farlo anche tu? Suggere nettare passionale di chi ho amato, dimenticare il mio volto e rapirle le labbra? Come fosse un delitto efferato. Ma c'è sempre il motivo per un cadavere. I pugnalamenti alle spalle hanno sempre un retrogusto di noia ipocrita, come se chi ci stesse davanti dovesse compiacerci, come fosse un istante fugace da dimenticare quello in cui ci sodomizziamo. Vicendevolmente. Che malattia. Fegato e pancreas incancreniti. Si decomporranno, corpi morti sul finire dell'estate. Non ho mai potuto dirlo, ma sento una somiglianza, uno specchio d'anime che ammansisce la rabbia. Se tu sapessi di quel bacio. Se tu sapessi a chi doni la fiducia. M'indurresti a fuggire,a pensar male dell'amicizia, quasi quanto te ne parlavo quella sera. Io, che ho visto i reconditi anfratti di quell'animo turpe. Io, che ascolto il suo canto lontano rimpiangermi ancora. Io, che rifuggo i malesseri per non crearne di nuovi. Allora svegliati, o Gongila, ed osserva la luna. Dal suo davanzale lei ti guarda e ti cura; ed un giorno vorrai tenermi la mano, come stasera sulle tue calze di viella. Ma sarà forse tardi, il mio cervello è come granito. E tu resterai come adesso, finora, un bianco pattume di giorni già usati. Le membra mi gelano, vado a dormire. Un giorno, se vuoi, come un cadavere caldo, qui potrai anche morire. Ma fino ad allora ogni cosa è un igloo; ed ogni tuo sguardo sarà un velo schiarito nelle notti insonni che hai visto sbiadire. 2007/11/14 I HAVE GOT A BRAINI have a little car & I live in the quarrel Around a figurehead Who rolls his cut over my eyelids.
Astenico. In chirurgia plastica d'anima tendo un braccio all'anestesia. Sordido biscazziere della vita, punto i miei giorni e trucco la roulette. In questo gioco l'inferno è la biglia su cui punto una nassa. Poi giro il mio cammino e gli occhi divengono scuri. Tagli di spettri solcano l’aria di piombo che avvolge questo bosco di palazzi d’acciaio; noi passiamo così, sordidi prigionieri dentro gabbie di lamiera su zattere-ruote nel suo fiume bollente di pece e catene. E nessuna avrà mai più il sapore dell’eternità. Ora sono solo e la gente dai marciapiede mi osserva, riverso nell’angolo di un foglio che come carta assorbente pulirà la mia sozzura, il mio vomito, mentre i negri ne canteranno. Sono ancora solo, mi giro e guardo fuori: un mondo di cancelli e uomini in tuta mi respinge e al suo ventre mi cinge, un mondo di fast-food e passi carrabili mi ha accolto nel suo grembo, cresciuto, temprato e poi è diventato cieco. Ora sono solo, e la gente dei marciapiede non vede il pallore sul mio viso. 2007/10/18 LA RADURASabbia rossa e livida che circonda muta la mia via Lo scotch mi regge il gioco per aggirare la malinconia Una pioggia di schegge ardenti È del mio centauro il pianto Sangue intriso nei cerchioni E il motore intona il suo canto Fuggivamo nella notte sulle strade fra i gorghi del vento L'asfalto si squarciava, le catene erano rotte Ma il mio passato triste non pareva essersi spento Un temporale, la natura nel suo sfogo Visioni nei miei occhi esplosero in un rogo rividi la pallottola, il suo occhio ancora aperto tutto sembrava perdersi nel silenzio del deserto Nessun posto è immune a quel che fu una volta E un giorno vidi lei, fantasma di ogni colpa Tra le dita fini la pistola, un buco nella testa Mi fissò torva e disse "il passato resta" è arduo essere liberi, questione di mercato vendiamo ai giorni il fegato, chi lo avrà mai comprato La libertà è un turbine, può anche far paura Preferii non cavalcarlo e restai nella radura Preferii non cavalcarlo e impazzii nella radura Preferii non cavalcarlo e restai nella radura Preferii non cavalcarlo e impazzii nella radura 2007/10/6 PROBABILMENTE L'AMORE (PARTE III)Lei non riusciva a proferir parola. Lui la guardava, quasi con distrazione, pensando che quella che un tempo era l’unica cosa da proteggere adesso era quella che più disprezzasse. Del resto, non ci si può illudere di essere l’unico astro a splendere tra le nebulose quando si è circondati dall’intero universo. Provò il complesso e la vanagloria della Luna ammaliata dalla folgore della propria luce riflessa: sentiva che avrebbe potuto rischiarare continenti ma nessuno poteva adesso ammirarlo o ristorarsi col suo vivido bagliore, in quel momento. Lei tentò di parlare “Andrej, io… sono stati giorni difficili…” “Tieni”, disse Andrej consegnandole i fiori ormai cadenti che per tutto quel tempo il suo braccio aveva nervosamente spremuto contro la parete, “sono dispari come si confà a una donna… e vividi come il nostro amore”. In lui non c’era più odio, quanto profondo disprezzo commisto a indifferenza che celava un’enorme ferita sanguinante. “Adesso vattene” disse in maniera contenuta ma decisa. Lei esitò un po’, ma le mancò il coraggio e si alzò. Scappò via, lasciando cadere alcuni fiori tristi gravidi di rimorso prima di sparire. Lui prese la sfera di vetro, e la fece saltellare sulla propria mano: adesso era rimasto solo, in quella stanza dove mai si era sentito abbandonato, quelle mura che per lui erano state talamo e nido d’amore. Cominciò a pensare e si commiserò per le proprie illusioni. Anche a lui, a Berna, si era presentata l’occasione di tradirla. Ne era stato anche fortemente tentato, dati i modi affabili e maliosi della giovane donna che lo stuzzicava dopo la cena nel bar dell’albergo. Ma era stato sopraffatto dai propri principi, specie in quel periodo gli sarebbe sembrata la cosa più sbagliata. “Stupidamente”, pensò in quel momento. E fu così che l’autocompassione si mutò in rabbia, e scagliò la sfera di vetro contro il muro: solo la forza dell’odio aveva mosso il suo braccio, odio verso se stesso, ed istinto procreativo; guardò la foto del giorno del loro matrimonio: quale foschia dell’intelletto, quale sommo inganno dei sensi, l’aveva trascinato fino all’altare della menzogna? Prese le rose e ne sparse i petali discinti sul letto sussurrando veementemente “sì amore mio, ti scalderò con fiori d’arancio amore mio, saranno le tue vesti eleganti amore mio, ti odio amore mio, ti amo odio mio……” e i suoi occhi erano sbarrati, i denti d’adamantio digrignati come sbarre serrate in una cella d’astio e recriminazione, le sue gambe frenetiche tracciavano traiettorie spasmodiche e irrazionali. Pensava, rimuginava e più si scervellava più si rinchiudeva in quella vergine di Norimberga che trafiggeva la sua mente con ricordi affilati. Non c’è nulla di più tagliente e vessatorio del rimpianto, quando ormai ve n’è lontano ogni rimedio. Allora si mise di fianco al letto e cominciò a masturbarsi. Pensò a Sandra, seviziata, implorante, stillante sangue. La pensò in agonia, distesa sul letto ad esalare gli ultimi gemiti di vero e autentico godimento, quello che i giorni vissuti non rendono poiché la vita è ingannevole, esattamente come l’amore: la verità è nascosta sotto il tenue, fragile velo della morte. “Probabilmente l’amore è un sogno greve disegnato da un folle alle porte dell’alba… probabilmente è un vasto mare che prima culla e poi t’affoga, quando scudiscia il temporale… o forse è lieve pioggia che cela d’affogarti, ma rinfresca il palato solo quando più l’agogni, quando sei disidratato…” E in preda all’eccitazione delle sue immagini deliranti, raggiunse il suo orgasmo ed eiaculò sul letto cosparso di membra di rose, godendone come un rito di catarsi. E rise, rise con voce stridula e stentorea mentre i suoi occhi lacrimavano sfrenatamente, bagnando la sua pelle rossastra. Si sentiva molle, in balia dei flutti, il corpo colmo d’acqua nel fondo dell’oceano della sua disperazione e desiderava solo asciugarsi, cosa che il suo fuoco dentro non riusciva a realizzare: e così le fiamme imprigionate nelle sue pupille si affievolirono, e solo dopo si riflessero ancora più alte, quando gettò il suo zippo acceso tra lenzuola arrossate e spermatica organza. Allora lì si stese, mentre il suo corpo sprofondava nel terreno, e continuò a masturbarsi canticchiando Perhaps Love, mentre l’inferno di quella stanza spegneva l’incendio dentro il suo cuore. 2007/10/4 PROBABILMENTE L'AMORE (PARTE II)Ciò che lo lasciò perplesso fu un
ingrigito calzino bianco fuoriuscente dalla porta socchiusa della sua camera da
letto; e parve che i fiori gli seccassero in mano quando si avvicinò
ulteriormente sentendo gemiti di godimento estranei frammisti ad altri a lui
più familiari. Il suo cuore parve cadere in abisso profondo, perduto oltre lo
stomaco e la materia: dallo spiraglio lasciato dalla porta semichiusa, vide sua
moglie avvinghiata ad un altro uomo, “un nerboruto omone dai movimenti secchi
ed alquanto decisi”, pensò, e pensando in tal modo percepì una sottile,
subitanea ironia dentro se stesso, che trovava posto nell’oceano di rabbia in
cui stavano naufragando i suoi buoni propositi solo grazie alla sensazione di
paradosso indottagli dallo scenario che gli si palesava innanzi. La sua Sandra,
la donna a cui aveva votato la propria fiducia, lo pugnalava ogni secondo di
più mostrando il suo corpo inerte, le cosce perlacee aperte, fra arti
sconosciuti, con il viso egoista e rapito dal piacere: lo stesso viso che lui
vedeva in quegli stessi attimi d’amore, illudendosi di essere l’unico a
poterglielo donare. Le stesse palpebre guduriose, chiuse e molli come tende di
una finestra lambite dal vento, che in quel momento imploravano dominio,
possessione quando a lui in passato era parso abbandono. Il paradosso si mutò
in beffa quando, per terra, ai piedi del letto, scorse un cappello da postino.
Oh Dio, come nelle più becere commedie o volgari barzellette, pensò fra sè. 2007/10/3 PROBABILMENTE L'AMORE (PARTE I)“Perhaps love is like the ocean, full of conflict, full of pain Like a fire when it`s cold outside, or thunder when it rains If I should live forever And all my dreams come true My memories of love will be of you” (John Denver)
Appena sceso dall’aereo, Andrej si rese conto di quanto terso fosse in realtà quel giorno di Luglio. Soltanto pochi minuti prima i suoi occhi scrutavano, dal finestrino adiacente, il sole incorniciato nell’azzurro dell’etere, tentando invano di distrarsi dai turbamenti che gli avviluppavano l’anima in un cerchio di pietra. L’inattività cui lo costringeva il volo gli procurava un senso di frenesia quasi soffocante, e spesso si perdeva inerte nella panacea dei pensieri quotidiani. Il viaggio a Berna, nonostante fosse a scopo di lavoro, era stato quasi catartico: ora si sentiva quasi rinvigorito, con la mente più leggera. Le recenti liti con Sandra lo avevano turbato a tal punto da non aver indugi sull’accettare un incarico su cui inizialmente non aveva affatto voglia di spendere energie. La situazione si era fatta poco sostenibile, e le aveva detto che forse sarebbe stato meglio per entrambi allontanarsi per un po’ di modo che la reciproca assenza potesse schiarire loro le idee. Così era partito due giorni dopo con la prospettiva di tornare qualche settimana più tardi. Ne aveva proprio bisogno, fu la conclusione del suo personale resoconto. Appena uscito dall’aeroporto, fermò un taxi. Abbassando i Persol scuri fino alla punta del naso, scostò lo sguardo verso l’alto: decisamente la giornata non era luminosa come gli era parso a 8000 metri d’altezza. Un fitto ammattonato di nuvole sopra la sua testa copriva il tetto del cielo, da cui sfuggiva, sporadico, qualche debole raggio solare. Dopo aver dato al conducente il proprio indirizzo di casa, si perse ancora una volta nell’ammirazione del panorama circostante: gli era sempre piaciuto guardarsi intorno ogniqualvolta si trovasse su un veicolo in movimento; sin da bambino si divertiva ad immaginare che fossero la strada, gli alberi e il caseggiato a muoversi, e che lui stesse lì immobile ad aspettare che la destinazione gli si fermasse innanzi. Questo pensiero agilmente guizzato dalle memorie della sua infanzia lo fece sorridere per un istante. Pensò che era una fortuna che il lavoro svizzero si fosse svolto così rapidamente. Il capo della commissione si era congratulato con lui ed i suoi colleghi per la celerità e la precisione profuse e li aveva congedati anzitempo senza indugio alcuno. Era forse il momento di mettere da parte i dissapori, affrontare i problemi con serenità e, una volta risolti, vivere con animo rinnovato la sua vita sentimentale. Si, rifletteva sentendosi risollevato: forse era davvero ciò di cui aveva bisogno. Una volta giunto sull’uscio di casa, strinse sotto un braccio il mazzo di rose rosse appena comprato e fece per infilare la chiave nella serratura, ma la porta si aprì alla sola spinta del ferro. Probabilmente Sandra non si era accorta di non averla chiusa bene: anche per lei dovevano essere stati giorni confusi, poverina, certe distrazioni non le erano proprio consuete. Ma comunque a quell’orario lei doveva essere per forza in casa e, avendo deciso di coglierla di sorpresa, chiuse l’ingresso con tatto leggero e avanzò verso la zona notte, non avendola vista in salone né sentendo il concerto di pentole e stoviglie caratteristico di ogni donna in cucina. 2007/10/2 HAPPY NEW YEARGente al mare, in costume; donne dalle vesti succinte, le loro pelli esaltate dal riflesso della luce del sole, un sole gelido come ogni vetta lontana, così alta e irraggiungibile; e quel venticello che ancora trasporta l'odore del mare, quel sale che ti si attacca alle narici simili a miniere senza lavoratori in sciopero...mi ha causato quasi un po' di magone l'ultimo giorno di bel tempo agrigentino; mi ha ricordato la fine dell'estate. E adesso sono qui, dopo 4 mesi vorticosi come gabbiani in planata. 1/3 di anno, frazione come tante altre di questi blocchi di secondi infinitesimali. Ed ora eccomi qui, ed è come se fosse passato, un altro anno, gli anni, scatoloni di giorni creati per vender calendari e tette al vento. Si rinnovano i propositi, si arrossa ancora la scolorita porpora dei sogni, e pare quasi diverso lo stesso inutile paesaggio. Come Giovanni Drogo, vivo la turpitudine del sicuro, e mi affaccio sul deserto cercando di scorgere i miei Tartari. Ma ancora una volta quel che vedo è un cumulo di pietra e foschia, ed oscillo fra Ridotte e solinghi turni di guardia... fuggirò un giorno dalla fortezza Bastiani, e spogliandomi delle vesti di soldato scoprirò forse un abito da Tartaro che si sfalda al rinverdire delle foglie... 2007/6/1 LA RICERCA DELLA FELICITÀ - Commento ad un post dell'uomobambino"La vita è rapporto. Anche il sannyasin è in rapporto con gli altri: può rinunciare al mondo, ma è comunque in relazione con esso. Non possiamo sfuggire ai rapporti. Per la maggior parte di noi i rapporti costituiscono una fonte di conflitto; nei rapporti c'è paura poichè c'è dipendenza psicologica dall'altro. Ciascuno di noi è in rapporto non solo con i genitori o con i figli, ma anche con l'insegnante, il cuoco, il servitore, il direttore di scuola, il comandante, e la società nel suo complesso; e fin quando non comprendiamo questa rete di rapporti, non può esserci libertà dalla dipendenza psicologica che causa paura e sfruttamento. La libertà si realizza solo attraverso l'intelligenza. Senza intelligenza, limitarsi a ricercare l'interdipendenza o la libertà dei rapporti
vuol dire rincorrere un'illusione. Ciò che è importante dunque è comprendere la nostra dipendenza psicologica nei rapporti. Solo svelando le cose nascoste del cuore e della mente e comprendendo la nostra solitudine, il nostro vuoto, per noi può esserci libertà, non dai rapporti, ma dalla dipendenza psicologica che produce conflitto, infelicità, sofferenza, paura."
JIDDU KRISHNAMURTI - LA RICERCA DELLA FELICITÀ
Sai, quando rileggo questo libro mi viene una profonda nostalgia, ed un senso di vuoto mi scava l'anima, s'annida come una talpa che sta scavandosi la tana...... lo leggevo al liceo, il tempo in cui l'orientale era intellettualmente radical-chic. Questa Palermo è tenue, Pe'. Se mi affaccio al balconcino, intravedo dietro basse palazzine la cima del Politeama. Il che a dirlo mi suona parimenti orientale, perchè è come se un edochiano adesso ti scrivesse di vedere il Fujiama. Te lo immagini, tu, il Fujiama? Chissà dove starebbe nascosto per noi dietro tutti quegli strani simboletti contorti che chiamano ideogrammi! Eppure sai, mi sento sereno. Si, è un tedio sereno il mio, qua nel cuore martellante di Palermo. Agrigento sembra quasi lontana, nonostante i chilometri che ci separino non siano poi così tanti. Eppure mi sento quasi in un altro Stato, e sento che ancora qualcosa mi causa piacere. Mi piace il cielo che si specchia nel mare. Mi piacciono le voci familiari, dialetti che si perdono fra le vie della città in movimento, anche a quest'ora della notte. Mi piace il sorriso bonario del vecchio Kurt Vonnegut. Mi piace la Nanda Pivano che scrive sempre degli stessi ricordi beat, con la stessa nostalgia. Mi piace la granita, mi piace ingoiarne a sorpresa i semi di limone; mi piace immaginare che delle lumìe germoglino nella mia anima dopo averli digeriti. Sarà l'isolamento a cui mi forzo in questi giorni...anzi ne approfitto:
CHIEDO SCUSA A TUTTI VOI, RAGAZZI, PER IL SILENZIO PROLUNGATO, L'ASSENTEISMO PRESENZIATO, LE PAROLE TACIUTE (TANTE, INNUMEREVOLI SILLABE DI FUOCO), LE CHIAMATE NON RISPOSTE... HO UN BRUTTO RAPPORTO COL CELLULARE, ED AL CONTEMPO CERCO DI FAR PACE CON ME STESSO... SCUSATE SE NON VI RISPONDO, SCUSATE SE NON VI RICHIAMO... IN COMPENSO STO TANTO LAVORANDO, TANTO SCRIVENDO... QUANDO ME NE SAZIERÒ, PER QUALCHE GIORNO SARÒ SALVO, FINO ALLA PROSSIMA DIATRIBA SOLIPSISTICA.... chi vuole intendere intenda, chi non vuol capire non capisca... 2007/5/20 EMOSENTIMENTALMENTESangue, sacrale sangue, che sfiotti dai lobi della terra, prendi i miei occhi e agilmente soverchiami come fossi un cieco in preda all'epilessia. Esci dai pori, dalle caverne alterne della pelle, e schizzi sui muri col tuo volto severo, ed io ti guardo col viso silente di chi annuisce alle sere, sento i tuoi assensi e li guardo come fossero figli, disgraziati generati da uno stuolo di isteriche puttane . Quest'asfalto funesto mi carezza cattivo; il nero cemento mi avvolge come un padre, o il velo di un tumulo prima della sepoltura, e vedo i palazzi fissarmi severi, mentre torno verso casa da fabbriche di rumore. Scusami, davvero, non volevo stordire il tuo orecchio ma è così bello, o sangue, il tuo suono ribollente, è così turgido il tuo sguardo d'ardesia, e fitto e profondo come le cave, e rapido e folle come l'amore. Perchè io sono vampa che profuma, e melassa che collassa: credi forse, mia rossa fiumana, che potrei pretenderti, come un vinile comprato al mercato? Non al tarlo nè ai tafani insistenti io cederò il mio cuore, ma al placido cielo che cullerà la mia siesta. E allora che vi dico, non state nemmeno ad ascoltarmi, ed attonitevi se ogni mia parola è vacua: poichè io proferirò ogni verbo come se fosse pioggia, ed ai vostri desideri brinderò, con volto ridanciano, neanche fosse notte, ed io un cabarettista che volteggia nel circo della luna. Perciò adesso prendo il volo, e masturbo la mia sete, io che non sono altro che uno strascico di quiete, e forse strillerò per l'inganno delle notti, quelle che non ti credono e che hanno i letti rotti, e quando tornerò in un lascito di more, sentirò forse la bruma e di nuovo ogni tuo odore, tu che ti sei perduta fra i salici ed il sangue, tra un ballo ed un passato ove lo sguardo langue. |
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