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"Non la forza ma la costanza di un alto sentimento, rende l'uomo superiore" Friedrich Nietzsche - Aldilà del bene e del male
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Il Limbo dell'Istrione Errante

che bello udire l'applauso ilare, gonfiar la sala, scacciare il male e sempre cedere con batticuore a sogni e parole da far scoppiare...
2009/3/23

LAPIDE AD IGNOMINIA

Lo avrai
camerata Kesselring
il monumento che pretendi da noi italiani
ma con che pietra si costruirà
a deciderlo tocca a noi.
Non coi sassi affumicati
dei borghi inermi straziati dal tuo sterminio
non colla terra dei cimiteri
dove i nostri compagni giovinetti
riposano in serenità
non colla neve inviolata delle montagne
che per due inverni ti sfidarono
non colla primavera di queste valli
che ti videro fuggire.
Ma soltanto col silenzio dei torturati
Più duro d'ogni macigno
soltanto con la roccia di questo patto
giurato fra uomini liberi
che volontari si adunarono
per dignità e non per odio
decisi a riscattare
la vergogna e il terrore del mondo.
Su queste strade se vorrai tornare
ai nostri posti ci ritroverai
morti e vivi collo stesso impegno
popolo serrato intorno al monumento
che si chiama
ora e sempre
RESISTENZA


(Pietro Calamandrei,
alla memoria di
Tancredi Duccio Galimberti)
2008/7/2

SUERTE O MUERTE

Il tempo sospeso tra il caldo che attacca alla fronte e questi fulmini danzanti nel cielo notturno. Tutto il giorno passato tra società ed accomandatari, nugoli di confusione mi riportano in mente ratei di sentimento, risconti di memoria: voglio che la mente si spenga, per le poche ore in cui le è concesso riposo, abbandonarmi alla nolontà della notte, alla ninna nanna di motori che ronzano, cilindrate che sfrecciano, per ricordarmi di essere a Milano. Oggi qualcuno mi ha invogliato ad aver paura per aver coraggio, ad essere "guerriero della luce": purtroppo ho scordato, come sempre, di pagare la bolletta dell'Aem. Ma basta indugiare sul piano di questo pc non sforno più melodie ma suoni confusi, nemmeno rumore, ma un triste ticchettare di tasti sempre tesi a trovare la parola giusta, che dev'esser DOMANI e non adesso.

Hasta siempre, companero, y a magnana.

P.S.
Ma era necessaria questa repentina idiozia? Aguardiente



2008/6/22

MOSCHE & MOSCHETTI

Porsi quesiti che non meritano risposta è un vagolare scalzo tra braci appena spente. Eppure lo sappiamo, la wille ci è nemica, padrona d'istinti ed anche a quest'ora tardiva nelle ore buie ci accompagna e punta la sua luce fastidiosa sulle nostre pupille dilatate. Sono nudo, fra termiti d'intelletto e lenzuola già usate; e questa nuova domenica delle salme è cominciata col solito fragore di fucilate. Ho spiato un lembo di te: le tue fenditure, le tue pose da star, tu, Audrey Hepburn malinconica; tu, Carolyn Jones dalle gote di sole; tu, una Cyd Charisse dalla gamba corta; dove io termino e tu inizi, in questa falda spazio-tempo che ci separa nell'essere incredibilmente lontani, tramonti ed albe che si sfiorano senza nemmeno guardarsi; ritorno indietro, e cado soffice e lento, come alice dentro al pozzo nero dei tuoi occhi, ti ricordo in un'era che è fuggita; le scarpette dalla punta arrotondata, le gonne lunghe ed ordinate, quella frangia da studentessa delle elementari; proprio lì sei andata via, quando stavo per chiedermi chi fossi e pian piano sei tornata, lallazione poetica d'un istante; e quell'alternarsi di sguardi languidi ad una serietà ostentata di occhietti arguti; ahi, quanto il ricordo può falsare le immagini sciogliendole come creta bagnata dall'acqua salmastra di quest'ottuso presente, che ancora rintrona del fragor dei fucili di questa domenica crescente. E al moschetto preferirei le mosche, ma non ci sono retini atti a schiacciare le mie riflesse pallottole umorali.
2008/6/19

CONFESSIONI DI UN TEPPISTA

Non tutti son capaci di cantare
E non a tutti è dato di cadere
Come una mela, verso i piedi altrui.
È questa la più grande confessione
Che mai teppista possa confidarvi.
Io porto di mia voglia spettinata la testa,
Lume a petrolio sopra le mie spalle.
Mi piace nella tenebra schiarire
Lo spoglio autunno delle anime vostre;
E piace a me che mi volino contro
I sassi dell'ingiuria,
Grandine di eruttante temporale.
Solo più forte stringo fra le mani
L'ondulata mia bolla dei capelli.
È benefico allora ricordare
Il rauco ontano e l'erbeggiante stagno,
E che mi vivono da qualche parte
Padre e madre, infischiandosi del tutto
Dei miei versi, e che loro son caro
Come il campo e la carne, e quella pioggia fina
Che a primavera fa morbido il grano verde.
Per ogni grido che voi mi scagliate
Coi forconi verrebbero a scannarvi.
Poveri, poveri miei contadini!
Certo non siete diventati belli,
E Iddio temete e degli acquitrini le viscere.
Capiste almeno
Che vostro figlio in Russia
È fra i poeti il più grande!
Non si gelava il cuore a voi per lui,
Scalzo nelle pozzanghere d'autunno?
Adesso va girando egli in cilindro
E portando le scarpe di vernice.
Ma vive in lui la primigenia impronta
Del monello campagnolo.
Ad ogni mucca effigiata
Sopra le insegne di macelleria
Si inchina da lontano.
Ed incontrando in piazza i vetturini
Ricorda l'odore del letame sui campi,
Pronto, come uno strascico nuziale,
A reggere la coda dei cavalli.
Amo la patria. Amo molto la patria!
Pur con la sua tristezza di rugginoso salice.
Mi son gradevoli i grugni insudiciati dei porci,
E nel silenzio notturno l'argentina voce dei rospi.
Teneramente malato di memorie infantili
Sogno la nebbia e l'umido delle sere d'aprile.
Come a scaldarsi al rogo dell'aurora
S'è accoccolato l'acero nostro.
Ah, salendone i rami quante uova
Ho rubato dai nidi alle cornacchie!
È sempre uguale, con la verde cima?
È come un tempo forte la corteccia?
E tu, diletto,
Fedele cane pezzato!
Stridulo e cieco t'hanno fatto gli anni,
E trascinando vai per il cortile la coda penzolante,
Col fiuto immemore di porte e stalla.
Come grata ritorna quella birichinata:
Quando il tozzo di pane rubacchiato
Alla mia mamma, mordevamo a turno
Senza ribrezzo alcuno l'un dell'altro.
Sono rimasto lo stesso, con tutto il cuore.
Fioriscono gli occhi in viso
Simili a fiordalisi fra la segala.
Stuoie d'oro di versi srotolando,
Vorrei parlare a voi teneramente.
Buona notte! buona notte a voi tutti!
La falce dell'aurora ha già tinnito
Fra l'erba del crepuscolo.
Voglio stanotte pisciare a dirotto
Dalla finestra mia sopra la luna!
Azzurra luce, luce così azzurra!
In tanto azzurro anche morir non duole.
E non mi importa di sembrare un cinico
Con la lanterna attaccata al sedere!
Mio vecchio, buono ed estenuato Pégaso,
Mi serve proprio il tuo morbido trotto?
Io, severo maestro, son venuto
A celebrare i topi ed a cantarli.
L'agosto del mio capo si versa quale vino
Di capelli in tempesta.
Ho voglia d'essere la vela gialla
Verso il paese cui per mare andiamo.
 
Sergej Aleksandrovič Esenin
2008/2/21

CHE FINE HA FATTO L'ART. 21 COST?

Si è ultimamente accesa una vera e propria querelle all'interno del partito Radicale scaturita dal seguente articolo
http://www.radicali.it/newsletter/view.php?id=116656&numero=8013&title=NOTIZIE

Alcuni esponenti (vicini, per legami più o meno alla luce del sole, a Giuliano Ferrara; questo mi induce a dubitare della loro buona fede) hanno criticato duramente (http://www.radicali.it/newsletter/view.php?id=116807&numero=8039&title=NOTIZIE%20RADICALI)  l'autore Luciano Pecorelli non volendo, a parer mio DOLOSAMENTE , cogliere il lato satirico ed invettivo dello scritto, liquidato come una semplice sequela d'insulti "senza la minima traccia di argomentazione". Avendo io invece letto tra le righe una forte ironia non finalizzata, per ammissione stessa dell'autore, a dimostrare una tesi (per la quale prende già esaustiva posizione il buon Marco Pannella), penso sia doveroso lamentare il fatto che all'interno di un partito storicamente fra i più liberi ed irriverenti del panorama italiano, fra l'altro strenuo difensore della battaglia sull'aborto, vi sia ancora qualcuno intenzionato a "mettere il bavaglio" a chiunque esprima una propria idea senza peli sulla lingua, risultando così inevitabilmente politically incorrect. Del resto, si sa, è successo anche a Leonardo Sciascia, anch'egli in passato esponente radicale.
Spero che non vi sia indifferente la questione, e sarebbe un bel segnale mandare una piccola mail di protesta ai Radicali stessi, in quanto spesso promotori delle principali battaglie italiane a sfondo sociale, per rimarcare il fatto che, per assicurare e difendere la LIBERTA' nella vita sociale e nella politica,  bisogna cominciare proprio all'interno di un partito, che ha il dovere di essere esente da faziosità di sorta.

Se siete d'accordo con tutto ciò, inviate il vostro disappunto a:
pannella@radicali.it
bernardini.rita@radicali.it
notizie.radicali@radicali.it

P.S.
Se qualcuno volesse sapere di più su Luciano Pecorelli potete trovare i suoi scritti su migliaia di blog sul web. Lui non ne ha uno proprio ma viene continuamente citato e pubblicato per il suo stile mordace ma sincero, che lo rende certamente sempre scomodo a qualcuno.

Grazie a tutti.
2008/2/10

L'OMOFOBO

a Peppone

Abituarsi alla diversità dei normali è più difficile che abituarsi alla diversità dei diversi.
Giuseppe Pontiggia – Prima Persona
 

- Pronto? Si, parla l’Alloggio del Teatro. Un attimo controllo… si, ce l’abbiamo una camera. Singola? Si si. Di Lazzaro, vabbene. Si, l’aspetto. Arrivederci – click –
Con espressione soddisfatta, Gianfranco Nuara ripose la cornetta del telefono. E un’altra stanza è sistemata. Quattro mura, una branda, due cornetti surgelati scaldati al microonde, una tazzina di caffèlatte allungato la mattina… ed altri 40 euro sono intascati, facili come cogliere mele mature su un albero al ciglio della strada. Un simile pensiero lo compiaceva non poco, specie considerando la recente penuria di clienti. Aveva vissuto di sudate furberie, il Nuara. Non era mai stato granché incline al sacrificio e al lavoro fisico, fin da ragazzino; ad esortarlo ci pensò presto suo padre, Rosario Nuara, affabile palermitano dedito alla riparazione di gomme e biciclette, il quale aveva sempre cinte attorno alla vita adeguate motivazioni in cuoio per risvegliarlo dalla sua lazzaroneria. Gli capitava spesso di essere colto in flagrante ad oziare, o sovente, in età puberale, a trastullarsi il proprio prezioso gingillo su scandalose riviste osè che mettevano inverosimilmente in moto la sua immaginazione ordinariamente smunta. Allora il padre cominciava a sferzarlo, gridandogli “Attìa, disanuratu!!! Iu ti lassu sulu in officina, haiu famiglia di campari e tu, chi ffa’? Spenni grana, accatti sti iurnala, cu ‘sti fimmini cu tutti i… i… COSI DI FORA!!! SBRIGUGNATU!!! Iu travagliu, mica i soldi li regalano… è ‘na guerra, la vita, ‘NA GUERRA!!!”. Gianfranco affrontava ogni colpo di cinghia con stoica determinazione, un silenzio quasi distinto: in realtà, radunava tutte le proprie forze per trattenere più a lungo la rivista, tentando di sbirciare fra le pagine, per quanto gli fosse possibile, i turgidi seni scoperti e le file di gambe lunghe e sinuose come autostrade anche sotto lo sguisciante sferzare della cintura. La libidine leniva il dolore fisico. Finché il padre vigorosamente non riusciva a strappargli il giornaletto di mano, lasciandolo per terra indolenzito e trasognato.
Furono anni educativi fin quando durarono, dato che all’età 19 anni, il padre lo sbatté fuori casa: Gianfranco aveva scoperto che molti dei pezzi di ricambio utilizzati in officina, fra gomme, camere d’aria, e robe simili erano presenti anche allo sfascio comunale. Certo le condizioni non erano delle migliori. Non ci avrebbe certo ricavato del denaro, tentando di rifilarle a qualcuno. Aveva allora cominciato a vendere ad altri gommisti i pezzi di ricambio dell’officina di suo padre a prezzi di favore, sostituendoli con quelli raccattati allo sfascio opportunamente rattoppati, dimodochè non si notasse ad occhio nudo il loro stato deteriore. Rosario era un uomo sveglio, ma di vista abbastanza scarsa, e non si accorse della loro consunzione. Li tastava una volta, alla consegna del fornitore, per il resto svolgeva il suo lavoro in maniera alquanto automatica, sempre utilizzando i guanti. Col passare del tempo, i clienti cominciarono a lamentare la poca efficacia del suo lavoro, gli davano del ladro; ed egli non capiva. Finché un giorno il compressore scoppiò quasi in faccia all’ignaro signor Nuara e, saputolo, il custode dello sfascio, buon uomo, andò a trovarlo per accertarsi delle sue condizioni, e gli disse che si sentiva anche lui responsabile, ma che Gianfranco gli aveva assicurato che non avrebbe usato il compressore per lavorarci, che lui glielo aveva detto che era difettoso. Inutile a dirsi, il padre ricollegò ogni cosa e, dopo una memorabile razione di nerbate i cui colpi riecheggiavano commisti ad urla di dolore per tutto il quartiere, lo cacciò fuori di casa, gridandogli di farsi la sua strada e di non farsi più vedere davanti ai suoi occhi.
E così Gianfranco fece, cominciando a passare da un lavoretto all’altro finchè, con un po’ di duro lavoro e una bella dose di cialtroneria, non riuscì a mettere da parte una cospicua somma di denaro. O quantomeno sufficiente da permettergli di prendere in gestione il piccolo bed & breakfast del teatro comunale, con l’appoggio di un amico assessore alla cultura opportunamente convinto. L’aveva fatto pure ristrutturare, sempre a modo suo ma con somma soddisfazione. Il B&B, posto all’interno di un palazzetto degli inizi del secolo scorso, mostrava, ormai decadenti, i segni di un rispettabile passato piccolo borghese, sopraffatto da un certo squallore che ricordava certi vecchi orfanotrofi d’inizio novecento. I pavimenti rattoppati, gli arredi scadenti e un po’ rabberciati delle stanze, la stagnante puzza dello smalto beige con cui erano state tinteggiate porte e finestre, avevano avvilito la sobria eleganza di un tempo, allietato da delicati stipi di gusto orientale, da intagliate specchiere del periodo umbertino, da riggiole con decori floreali e da setosi soffitti dipinti.
Tutto ciò sfuggiva all’occhio del nostro Nuara, vuoi per mancanza di gusto estetico, vuoi perché in fondo non gliene sarebbe importato granchè: quella del B&B era stata per lui un’ottima idea. “Si incassano un bel po’ di soldini e si fatica niente. Una piccola ritoccata alle pareti e ai pavimenti, e ‘sta bettola ora pare proprio un posto di gran classe… bello, bello davvero”. Questo pensava, mentre masticava le ultime pennette del suo piatto, pregustando il sopore da stomaco pieno che lo avrebbe accompagnato fino al riposino del dopo pranzo.
Nel pomeriggio Gianfranco Nuara contava i soldi in cassa con meticolosa solerzia
- 140…150…155… ‘sti spicci li mettu di latu…
- Buongiorno
- Eh?!? Buongiorno… desidera?
Lo ridestò dalle sue impegnative faccende un ragazzone alto e biancastro. Fu colpito dalle sue ciglia, particolarmente voluminose e sagomate.
- Avrei una prenotazione per una singola.
- Ah, lei deve essere il Signor Di Lazzaro. Certo, mi dia un documento che la accompagno subito.
Ripose il denaro in cassaforte, assicurandosi di richiuderla con più mandate possibili, prese la chiave della camera numero 35, e fece segno di seguirlo. Aveva solo 10 camere, ma la grossolana mania di grandezza che gli era innata lo aveva persuaso che numerarle secondo la tabellina del 5 sarebbe stato di maggior effetto. “Bisogna pensare in grande, i più piccoli rimangono fottuti… è ‘na guerra, la vita, è ‘na guerra ”, diceva. Mentre faceva strada, il ragazzo rispose al cellulare. Quel tipo gli faceva uno strano effetto, di lieve disagio e repulsione. Insomma, sarà stata quella strana cadenza vocale, forse il vestiario attillato, appariscente, dalle tinte muliebri , con quelle dominanze di rosa e strisce argentate, o le lucide scarpe di vernice dalla forma un po’ stravagante, fatto sta che salendo le scale sentiva un gorgogliare nervoso provenirgli dallo stomaco. Accompagnato da quella strana sensazione, lo condusse sino alla stanza, anche un po’ turbato dall’entusiasmo con cui descriveva il concerto di una certa Gwen Stefani, in cui aveva incontrato certi suoi amici dagli epiteti poco virili. Salutatolo con stentata cortesia, ancora frastornato, Gianfranco ebbe un sussulto quando sentì che il suo nuovo cliente, appena entrato nella propria camera, cantava lieto e giocondo Woman in love di Barbra Streisand, e ridotto allo stremo tra lo sbigottimento e un non meglio decifrato panico tornò di corsa in portineria. Non s’intendeva di musica, ma aveva visto quel film dove c’era quel professore appassionato della Streisand, si,aveva visto come andava a finire, e questo era davvero troppo. Si sedette alla scrivania ed estrasse dal doppio fondo del cassetto una copia di “Gargarismi indecenti”, il cui paginone centrale popolato da procaci donnone lo ammansiva come una tettarella nella bocca di un neonato. Quelli della contemplazione di riviste spinte erano per lui momenti di evasione non meno intensi e genuini di quelli che il Pereira di Tabucchi trovava rifugiandosi nei romanzi e nelle belle lettere. Ma ciò non vi induca a pensare che il nostro Nuara abbia letto sempre e solo sconcerie. A circa 7 anni, uno dei suoi pochi amichetti d’infanzia gli passava dei fumetti americani; aveva da poco imparato a leggere, e lo divertivano certe immagini colorate e le storie frivole e bonarie. Ma suo padre, preoccupato dalle inutili evasioni del proprio figlioletto, gli diceva “ma che perdi ancora tempo con quelle fesserie… un finocchio, ecco cosa sei, un finocchio!”. Gianfranco all’inizio non comprendeva certi paragoni vegetali. Ne chiese allora il significato all’amichetto, il quale, chiaritagli l’accezione non ortofrutticola del vocabolo, si vide tirar contro i suoi stessi giornaletti. Precisando che non l’avrebbe mai contagiato, il piccolo Gianfranco gli diede a sua volta del finocchio. Ciò lo fece sentire molto uomo, proprio come il suo mascolino genitore; e fu lì che si risolse a passare alle riviste erotiche. Cominciò ad appassionarsi di film di guerra perché, da quel che sentiva dire spesso a suo padre, era quella la vita, e lui voleva capirla, la vita, ed arrivò alla conclusione che, in fondo, non era poi una cattiva idea quella di soggiogare la gente con una bomba a mano. Pensò di imitarli anche lui, quei vigorosi soldati. Capì di dover desistere già al primo tentativo, grazie alle nerbate ricevute dopo che, alla prima prova di azione dinamitarda, l’ananas che aveva lanciato verso il babbo era esploso contro l’unico frack comprato da Rosario in vita sua, una decina d’anni prima. Pensò fosse meglio dedicarsi alle sole ruberie, come una piccola truppa yankee al saccheggio di un villaggio vietcong. Solo con un po’ di sangue e fiamme in meno.
Passata un’oretta scarsa, arrivò un altro ragazzo, pressappoco coetaneo dell’altro, dal capello liscio come uno spaghetto ed ossigenato che neanche Messner raggiunta la cima dell'Everest, e chiese del signor Di Lazzaro. Corrucciato, Gianfranco lo accompagnò fino al corridoio, indicandogli la stanza. Quello che più lo turbava, oltre al caratteristico modo di parlare che gli rosicava le orecchie, era la tracolla brillantata che il giovane portava in spalla. Fingendosi impegnato in faccende ordinarie, si avvicinò alla porta e cominciò ad origliarli
- Ho una sorpresa per te
- Per me? Ma percheeeeè?
- Bisogna dare a Cesare ciò che è di Cesare
- Oh, ma dai, non dovevi proprio, scemotto, davvero, non c’è motivo…
- Te lo meriti, nessuno più di degno di avere… TA-DAAAA!!!
- Oooooooh!Ma è bellissimo!!!
- Sapevo ti sarebbe piaciuto
- Ma… è stupendo! E quanto è grosso!!!
In quel momento realizzò, i suoi sospetti si erano rivelati fondati! Era stato ingannato, lo sapeva, non ci si può più fidare della gente, chiunque può arrivare con un sorriso e tu, onesto cittadino, credi di aver davanti una brava persona!
- Guardalo, gli ho stretto un fiocco stellato, proprio come piace a te… tieni, testalo, prendilo in mano!
- Ma è meraviglioso, non dovevi!!! Non ne vedevo uno così da anni… e guarda come si allunga!!!!!!!
- Te l’ho detto mio caro è il minimo, ti spetta. E poi scusa, hai dato il culo per…
SLAM!
- … riuscire a laurearti in tempo…
Non ce la fece più, e d’istinto aprii bruscamente la porta. Si presentò a loro paonazzo, con gli occhi sbarrati, i lineamenti del volto contratti e alterati; i ragazzi lo guardavano entrambi con aria attonita e perplessa. L’amico resto con le braccia a mezz’aria nell’atto di gesticolare, mentre il suo cliente teneva in mano un cannocchiale nuovo di zecca, ancora infiocchettato.
- Ehm… Gradisce… eeeeeh… un cornetto col latte? – disse ancora trafelato ed ansante
- …Ma… a dir la verità… non sono neanche le 5 del pomeriggio, è un po’ tardi per la colazione – e non cessavano di guardarlo strano
- Ah si, si, certo! Era solo sapere! Arrivederci!
Chiuse la porta e tornò nella hall, ancora madido di sudore. Maledetti froci. Vengono qui ad insozzare i miei letti, a chiudersi nelle mie camere, a nascondere i loro sudici giochetti da pervertiti tra le mura della mia casa… Certo, forse mi sono sbagliato, poco prima, magari ho un po’ esagerato; ma non ci sono dubbi, nessun equivoco: froci, froci, FROCI!!! MALEDETTISSIMI FROCI!!! E mentre così urlava in silenzio, alzava i pugni chiusi al cielo e il suo volto era di nuovo violaceo.
Uscì per fumarsi una sigaretta. Il mondo è allo sfascio, pensava nervosamente. Proprio a me doveva capitare un… esemplare di quella sorta! Fra tutti i B&B che c'erano proprio qui doveva venire! Lo so io come mi guarda quel viscido, lo so io. E chissà che pensieri fa, mentre mi guarda strano… SORTA DI DEGENERATO!!!
Prese aria boccheggiando fumo, era ancor più agitato.
Che poi portano malattie. Avrà con sè certamente delle droghe, magari le traffica pure...
- Ah, buongiorno Padre Agnello!
il flusso delle sue elucubrazioni fu interrotto dalla vista del prete bassoccio ed opulento della parrocchia vicina il quale pareva andar molto di fretta e premurosamente cingeva un ragazzino per il fondoschiena.
- Come va Padre? Porta a spasso un suo chierichetto?
- Eh, beh, si, facciamo un giretto, ma avremmo...
- Ma che bel bambino ha qui con lei... com’è picciottello, ti diverti a girare con Padre Agnello, non è vero?
- Oh si! Ora stiamo andando in sacrestia perchè dice che vuole vedere se dall'ultima volta mi è cresciuto l'....
- ...L'AMORE VERSO CRISTO!!!Ehm, non si sa mai con… questi… giovani d'oggi! dimenticano in fretta la parola del Signore! Però noi adesso...
- ... e poi l'altra volta, quando per sbaglio gli è caduto il rosario sotto il letto, mi ha fatto chinare per prenderlo e lui mi solleticava da dietro il...
- Ehm, Gianfranco! Ah, la prego di scusarmi ma noi dovremmo andare adesso! È tardi e sa, dobbiamo preparare la... la... messa di Natale! E dunque sa i canti, gli incensi... arrivederla Gianfranco, Dio la benedica e vada in pace...!
Che buon uomo, pensava il Nuara, meno male che esiste ancora gente con un po’ di buoni valori, dedita al proprio dovere... pensa già alla messa natalizia! E siamo solo a Maggio! Ah, se tutti fossero così... invece io, con quel sadico depravato in casa!!! Cosa mi tocca subire! È 'na guerra, la vita, 'na guerra..."
Senza che Gianfranco se ne avvedesse, si era già fatto il crepuscolo
- Arrivederci, a più tardi CARO!
i 2 ragazzi uscirono salutandolo, e quel timbro tremulo e fastidioso riecheggio per interminabili decine di secondi nelle orecchie di Gianfranco, mentre li osservava allontanarsi scuotendo le anche. Rientrò sconfortato. Accese la tv per distrarsi. Al telegiornale scorrevano le solite notizie, il pensionato affamato che ruba la pasta di plastica ai grandi magazzini, il buon Presidente che mette in guardia il popolo dall'incombente pericolo comunista, la bimba che parla coi cani, il barbuto arabo che invita i suoi ad "uccidere tutti gli infedeli"... "mmm… quell'arabo l'ho già visto", pensava Nuara, "Strano… non vado mai a mangiare kebap”.


Tra intermittenti bagliori rossi e blu e il doppler delle sirene, faticosamente Marco Di Lazzaro si destò. Tra la poca luce della stanza e il grosso cerchio che pareva stringergli la calotta cranica, non gli fu possibile distinguere l’imponente figura accanto all’unica finestra della stanza. Sapeva solo di essere legato. Stretto, ai polsi e alle caviglie. E che la voce da fuori al megafono diceva “MANTIENI LA CALMA E NON TI SUCCEDERÀ NULLA. NESSUNO VUOLE FARTI DEL MALE. MOSTRACI L’OSTAGGIO” quando l’enorme figuro lo afferrò per i capelli e lo sporse dalla finestra, puntandogli alle tempie la canna di un fucile. Vide che aveva un elmetto sul capo, ed indossava una tuta mimetica, di quelle militari. Il viso gli sembrava conosciuto, ma non riusciva ancora a mettere bene a fuoco.
- SONO DEGLI SPORCHI RICCHIONI! COMBATTO UNA NOBILE CAUSA!
Non poteva essere. Era chiaro, ma gli sembrò assurdo. Quel timbro roco, quella cadenza rozza, la fermezza ignorante nella voce di quell’uomo. Ora cominciava a ricordare. Era tornato al B&B, all’1:35 circa. Tra l’oscurità della notte fonda e l’intontimento indottogli dai 3 mojito, si era affannato a trovare le chiavi nelle sue tasche. Tra una risatina ebbra e qualche sciocca battuta di quelle che da brilli fuggono di bocca, aveva aperto la porta d’ingresso ed era entrato assieme al suo amico nella luce bassa della hall. Mentre si girava per chiudere la porta, aveva sentito un tonfo, sordo e secco, come di un cazzotto contro il muro, e sul pavimento, alla sua destra, aveva visto il suo amico riverso sul pavimento, privo di sensi. L’urlo che stava per cacciare gli si soffocò in gola, sopraffatto improvviso dal buio e da una fonda fitta alla nuca…
Adesso era lì, in quella stanza; il suo amico non si era ancora destato, e la voce al megafono continuava ad intimare di mantenere la calma, che ormai era in trappola e non doveva tentare sciocchezze.
- Ti sei svegliato, eh, piccolo succhiauccelli
- Ma…cosa succede? Perché mi tieni… così… legato come un salame?
- Lurido deviato, sempre lì hai la testa, eh? Ma lo so io cosa devo fare…
Nervosamente diede un colpo d’anfibio destro per terra. E caricò in canna un colpo. E due.
- MA COSA TI HO FATTO IO? PERCHÉ CE L’HAI TANTO CON ME?
- Vuoi saperlo? Beh, tanto in fondo prima di morire qualcosa la puoi pur sapere…
Intanto, nello spiazzale di sotto, il commissario non smetteva di torturare il suo pacco di sigarette, vuotandolo nervosamente nell’attesa che arrivasse il mediatore.
- Acque agitate stasera, nevvero commissario Cupardo?
- Aria, Accada, non è proprio il momento.
Enrico Accada era il cronachista di punta del giornale locale. Caustico più di un disincrostante, era noto per i suoi articoli di cronaca nera al vetriolo, nei quali non lesinava su particolari cruenti e gratuite efferatezze. Era il primo, di solito, in paese a sapere le cose. Stavolta doveva essergli sfuggito qualcosa, ed intendeva scoprire cosa.
- Certo commissario, ma le rubo solo 2 minuti, il tempo di raccontarmi cos’ha causato tutto sto tran tran
- Forse non mi ha sentito bene, Accada, lei da qui deve andarsene: immantinente.
- E andiamo commissario… non vorremmo fare sapere alla gente che il retto e virtuoso Cupardo frequenta abitualmente note case di piacere poco fuori città… presto ci saranno avvicendamenti in polizia e lei è fra i primi nella lista per il posto di Vice Questore Vicario… sarebbe un peccato rovinare tutto per una sciocchezzuola… e poi pensi la gente cosa…
- E va bene Accada, stia zitto adesso.
Trasse un’altra sigaretta gualcita dal suo vituperato pacchetto e la agitò in mano
- Sarò conciso, e la avverto che non ripeterò più di una volta. Oggi, nel tardo pomeriggio, un uomo è venuto nel qui presente B&B. Un anziano, sulla settantina. Beh, comunque ‘sto tizio entra nella hall e chiede di Gianfranco Nuara, il proprietario della struttura. Il Nuara è un pitocco da competizione, ha una sola inserviente, rumena, avanti negli anni, sottopagata e sovrasfruttata. Ogni tanto il sordido porco le allunga qualcosa in più per qualche servizietto extra, che lo faccia sentire più maschio, non so se mi intende. La donna è una racchia, è chiaro, ma si figuri se un verro simile si perde in distinzioni poetiche. Beh, comunque il Nuara si fa riconoscere e l’uomo dice di averlo cercato a lungo. Il Nuara gli chiede come mai e il vecchio, non senza un tremito di emozione ed imbarazzo, gli dice di dovergli parlare di suo padre, Rosario Nuara. Nell’animo dell’albergatore cala il silenzio; non lo vede da decenni, suo padre. Dunque l’uomo si fa coraggio e comincia a parlare: racconta che Rosario gli ha parlato molto di Gianfranco, che in fondo è un bravo ragazzo e che dietro la sua natura di truffatore senza scrupoli nasconde comunque un cuore tenero e gentile. Il Nuara è quasi commosso, ha passato una giornata dura e questa storia pare essere un sollievo: con gli occhi lucidi, chiede al vecchio come abbia conosciuto suo padre. Il vecchio si prende di coraggio e, dopo un attimo di esitazione, gli dice di essere il partner di suo padre da circa 20 anni. Il sordido verro non gli crede, allora lui esce dalla tasca della giacca varie foto, e comincia a mostrargliele, foto che li ritraggono in momenti romantici, lui e il padre del Nuara. Giunto alla foto che li ritraeva abbracciati e sorridenti sul cigno del Tunnel dell’Amore, il Nuara ha un tracollo. È atterrito, shoccato, sembra quasi non respirare: il signore non sa che fare, gli parla, tenta di spiegargli che suo padre ha sempre represso la sua vera natura, che anche quello è volersi bene, che è un atto di pura libertà. L’uomo tenta allora di scuoterlo fisicamente da quel suo stato di strabica catatonia, ed in quel momento il nostro Gianfranco si risveglia, e comincia a dar di matto. Spaventato, l’uomo scappa, inseguito dal Nuara, che nel frattempo ha preso una doppietta che teneva sotto il bancone della portineria. Gli spara, lo colpisce e, vedendo l’anziano signore cadere in terra come un sasso, crede forse di averlo ucciso. In realtà, era solo svenuto, la pallottola lo ha preso alla chiappa destra, ha rischiato che gli schiattasse il cuore per lo spavento, più che altro. Si è ripreso qualche ora fa in ospedale ed ha raccontato tutto. Dice che il Nuara, blaterava di una malattia, di un’epidemia da arrestare che estinguerà l’intera umanità, ed incolpava l’uomo di aver contagiato il padre, il SUO virile padre. Ed ora è convinto che sia questo…
- … questo immondo morbo omosessuale che io ho il compito di fermare, eliminandovi tutti, uno alla volta. Smetterete di diffondere l’immoralità fra i giovani! Li eliminerei i froci, tutti. Li disprezzo più di chiunque altro. Sono uno dei peggiori problemi della nostra società, e devono esserne rimossi, non so se con le camere a gas o in altro modo. Sono il simbolo definitivo di una civiltà decadente [i] . Ti sembro pazzo eh? Pensi che abbia ragione il tizio del megafono? Pensi che io sia IN TRAPPOLA? Eh eh, t’illudi mio tenero culo irrequieto … io adesso fuggirò e nessuno potrà prendermi. E comincerò a cercarvi, a stanarvi tutti! Andrò nei principali locali di disco music anni ’80, mi infiltrerò ai concerti di Madonna e Barbra Streisand, compirò attentati nelle accademie, negli istituti di moda… so che moriranno degli innocenti, ma che ci vuoi fare, ogni giusta causa, ogni missione di pace ha i suoi agnelli da sacrificare… è ‘na guerra, la vita, ‘na guerra!

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[i] Citazione di George Lincoln Rockwell, fondatore del Partito Nazista Americano
 
Da EL ALEPH #7
2008/1/18

EPPY COMPLEANNU TU MI

Picciotti, grazie a tutti.
Un grazie particolare a chi ha inventato il blog:
posso ringraziare tutti senza rispondere necessariamente a
mails ed sms.
 
RegaloTorta di compleannoRegalo
2008/1/16

JONIN (o IL SILENZIO DELLA TERRA) – UN MONOLOGO

Non est itaque quod quemquam propter

                                                                                                                        canos aut rugas putes diu vixisse:

non ille diu vixit, sed diu fuit  

Seneca – De Brevitate Vitae

 

Se il mondo fosse pietra lo scaglierei lontano, verso l’abisso profondo della notte. Così pensava Jonin, seduto, sul limitare della sua adolescenza, sotto un marcescente tronco di salice.

Sedeva pensoso ed intensamente scrutava il cielo, come se tracciando linee fra gli astri potesse scorgere il verbo della verità assoluta, ma i suoi occhi, dopo sforzi di fantasia geometrica, finivano per perdersi nell’infinità di quel buio vuoto e baluginante. 

Aveva folti capelli già bianchi, boccoli di neve intarsiati di sottili fasci d’argento, nonostante fosse poco più che maggiorenne, e un viso lindo e fanciullesco su cui gravava un’espressione disillusa e matura. Le sue braccia mollemente penzolavano sul terreno, e le mani stringevano le caviglie, quasi volessero impedirgli di correre e fuggire via. Lo faceva sentire sicuro quella posizione quasi fetale, in quel piccolo lembo di alto promontorio a ridosso sulla costa da cui il suo sguardo dominava le cose, dal mare inarrestabile al paesino pieno di luci lontane simile ad un presepe, mentre lui abbandonava le spalle alla corteccia. Sotto quelle fronde si cullava da quando era poco più di un bambino; aveva percorso innumerevoli strade, aveva creato mondi colorati dai quali sviare la conflittualità dei giorni, il suo sentirsi poco adatto alla vita e alla società. Era uno di quegli esseri in continua fuga. Le sue gambe erano gracili, il suo corpo poco robusto e vessato da una sfibrante osteogenesi imperfetta. Perciò preferiva vagare nei meandri della mente, evadere sul tappeto magico dei fogli di carta tramite l’incantesimo della parola scritta.

- Dove ha origine il nostro dolore avrà fonte la nostra forza. L’avrò scritto un anno fa, in uno di quei momenti in cui l’illusione è panacea di ogni nostro scoramento… sublime potere dell’Arte.

Sono ancora giovane, ma già consunto nell’anima. La giovinezza, la lieta età che rifugge ogni malizia. L’età spensierata la chiamano fino al trascorrere dei primi lustri. L’età dell’incoscienza, dove ogni baldanza è di natura, ogni egoismo più crudele un semplice capriccio; e la superficialità un dono divino.

Io non ero come i miei coetanei. Non giocavo a campanaccio o a mosca cieca. Qualche volta a nascondino, semmai, e il mio rifugio era sempre qui, sotto il pendente fogliame di quest’albero appressato al litorale. Solevo adagiarmi, e sentire gli odori e i rumori del mare; era più intenso in tal modo il perdermi nelle storie, nelle sottili malìe che un libro segretamente custodisce tra righe inchiostrate di nero e pagine diurnamente ingiallite. Fu allora, credo, che cominciai a scriverne anch’io. E così ho vissuto molte vite, tante esperienze immaginifiche, di cui adesso non riesco a fare a meno… la finzione che creo è alimento, carburante che mi permette di vivere la mia esistenza… rubate i miei i sogni e perirò; stremato e senza forze cadrò per terra con il tonfo sordo di un manate in deliquio, uniforme ed amorfo perché solo l’onirismo dà forma a ciò che sono, creando gli echi che mi sussurrano queste ed altre parole.

L’Arte. Una fiamma che divampa quando la tenebra m’assale, un appiglio sotteso sul baratro del tempo fuggitivo. L’Arte che solleva i popoli, l’Arte che infrange la mobile omogeneità degli oceani; l’Arte che è fiaccola dei cuori, l’Arte che barbaglia negli occhi dei bambini, aprendoli alla coscienza. È il principe dei Demòni, l’Arte maestosa. È il mio lattefiele nell’ora d’avversità; è la chiave che ha aperto i cancelli della percezione prima che giungessi alla maturità dei miei anni, che ha attratto in me pensieri ed emozioni, intersecandone le mani, inducendoli alla danza più armoniosa. E per questo è la donna che più amo, e che sommamente adesso maledico…

Così pensava Jonin, e un ciuffo bianco penzolava tra le sue palpebre semichiuse ricordandogli che il tempo può passar via presto, inverosimilmente presto…

- La giovinezza. L’anelito sanguigno che zampilla nella vena palpitante della vita. Celebratela pure, consideratela magari un eden temporale concessoci per pochi istanti da un dio beffardo: essa è soltanto l’inizio della fine. È lì che germina il seme della sofferenza; in questa fallace epoca aurea si originano i nostri affanni. Allora godiamone, alziamo i calici poiché il tiranno è morto, non attendiamo i lumi: dáktylos améra, ed io ho già dismesso la clamide.

O Mimnermo, sublime Mimnermo: in venature di foglie ninnate dal vento dell’esistenza ci hai disegnati, e l’ignoranza del bene e del male sarebbe forse il volo più lieto quando l’effluvio di petali in primavera intorno si spande.

O Mimnermo, stolto Mimnermo: potrai mai cogliere i fiori della giovinezza quando questa ti offre solo le sue spire? Non la vecchiaia penosa ci addossarono gli dei, ma la terra infertile, il dolore della carne, l’avversità della Natura. Fin dai primi istanti, l’umano fatto bimbo piange e si dispera della propria caduta, maledicendo la sua genesi e il sopravvento della luce .  

O Mimnermo, vacuo Mimnermo: quanta inane vanità contornava ogni tua parola! Due Chere ci condurranno infine all’estremo di morte…

 

Jonin guardava, i suoi occhi di smeraldo grezzo incastonati in frammenti indefiniti dello spazio infinito. - Cosa vi sarà mai lassù? Chi si accovaccia timoroso tra nebulose e supernove, celando il suo volto alle nostre pupille e il suo sapere al nostro? Vorrei fuggire lassù e perdermi dove luce ed oscurità trovano una requie alla propria eterna lotta. Sono fuggito. Ancora una volta. Questo è l’unico luogo in cui io sia lontano dalla città degli uomini. Già, gli esseri umani. Grette ed arroganti forme di vita che passano i giorni a palparsi le tasche e ad auscultare i propri stomaci. Ogni mattino, una vasta moltitudine di anime-ingranaggio rotea a pieno ritmo per dare gas e vapore alla macchina ridondante della società. Il soddisfacimento della voluttà è il combustibile primario che alimenta il profitto, pistone pompante e motore immobile del mondo. Ingrata, indolente umanità, dimentica della bellezza, dedita all’idolatria del nulla. Li sento respirare ansanti, camminare in flotta con passo griffato, con stolidi sorrisi compiacersi del teatrino quotidiano. Ci vorrebbe un Armageddon, una purga universale per mondare l’esistenza dalla sozzura degli uomini… ma forse, tento solo d’ingannarmi: è solo la mia incapacità a rendermi bilioso, l’inadattamento ai crismi dell’odierna società è l’unica causa di queste parole. In realtà, chi disprezza i teatranti della commedia della vita non odia altri che se stesso ed il suo blando recitare…  

 

…E con lo sguardo inerte di chi ha perso ogni cosa, Jonin scrutava il cielo, ma quegli occhi, lenti di telescopio orientate verso le falde dell’immensità, cercavano in realtà i cocci dispersi dentro se stesso. Aveva passato gli anni ad inseguire l’essenza del creato, a tribolare su come destare i suoi simili alla meraviglia delle cose, a gridare che le risposte stavano lì, attorno a loro, tra le pagine policrome della Natura, la più grande opera epica mai scritta. Ma adesso si sentiva solo, e sconfitto. Nell’immoto silenzio dei faraglioni, un’eco paranoica trivellava la sua mente: Amechanìa. Era la parola chiave della sua disfatta, lo stremava fino all’orlo della follia. Amechanìa. La sua cosciente impotenza dinanzi al genere umano, sordo ad ogni impetrazione di risveglio, condannato ad un’inesorabile autodistruzione. E sfiancato da tali pensieri, si accasciò supino all’umidità del suolo.

…aprì le palpebre, poco dopo, e d’un tratto, come un recluso liberato da una sotterranea prigionia, attonito vide LA LUNA. È lei, l’astro della notte che cresce. Mi rapisce d’intensità accecante nel fulgido languore della sua luce; illumina il mio spirito con forza repentina, la stessa con cui acceca il mio sguardo. Così pensava Jonin, alzandosi e tendendo le mani come per afferrarla e stringerla a sé, nella tremula aria riecheggiante di schiuma marina. Il chiarore lunare si rifrangeva sulla scogliera, e le rocce frastagliate parevano stalagmiti di sole cristallino. Così diceva tenuamente sporgendosi e il suo pianto placido e chiaro sembrava lo specchio del mare sottostante.

- È notte. O forse mattina incipiente che si arrampica sulle spalle di questa oscurità indifesa. È buio che respira il rumore in sottofondo tra le luci di questa valle dormiente. E i cani abbaiano, gli uccelli tubano, i galli innalzano un canto al grano e alla zizzania. Mentre un uomo dall'animo confuso si affaccia alla finestra, cercando di asciugare il lacrimare della terra. Scruta, prolungando lo sguardo oltre la luce rossa, forse una macchina ferma sul ciglio dell'asfalto, accanto un colle di fiori ed animaletti nascosti...

Sul margine dello strapiombo si allungò come a toccare il firmamento con la punta delle dita, simile ad un angelo nostalgico rinnegato dall’empireo…

- Luna splendente nel cielo di pietra, tu che illumini il mio corpo, avvolgimi e confondimi nel tuo manto stellato. A te soltanto io protendo le mani. Allarga le braccia argentate e materne ed accoglimi al tuo ventre: in un amplesso di sensi trapasserò la tua volta per librarmi sui miei arti sciancati come fossero ali…

…e Jonin cadde, Icaro impotente rifiutato dal cielo e dall’imperio degli astri, guardando la notte che

lo sovrastava; vide un dio sonnecchiante destarsi e raccoglierlo in palmo, assurgere ai margini del cielo, e il suo sorriso si spanse corrusco, foriero di una nuova alba. E un tonfo sordo dalla scogliera

ruppe, solo per un attimo, il silenzio di quella notte stellata.

 

2008/1/9

LA CANZONE DEL GATTO BALDARELLA

Giunta è al fine la rassegna di felina 'sì baldanza
ma colpevole è l'Autore di un'assai grave mancanza:
io non so se fu distratto o lo fe' per intenzione
ma porrà a ciò rimedio qui la voce dell'Istrione.
 
Il poeta nostro è saggio, non di spirito attempato,
per paura o per scongiuro non l'ha forse nominato
perchè a questo rio felino manca in testa una rotella
se lo nomini ti cerca, lui è il gatto Baldarella!
 
Egli è un micio pigro e ozioso, e fa sempre un riposino
dopo pranzo quando sviene tra il suo letto ed il cuscino
e non c'è proprio alcun verso di poterlo ridestare,
se lo scuoti lui mugugna, ed è arduo farlo alzare!
 
Quando poi però si desta, si diverte a far dispetti
tinge tutto in mayonese quando meno te l'aspetti;
ed è inutile inseguirlo, nè ti giova di sbraitare
è un micio tarantolato, non lo puoi mica fermare!
 
La natura ora lo muove a dipinger su una tela
è così che l'esser gatto ad ogn'occhio umano cela
figurando down ed ombre, volti tristi di barboni
lui vi ammalia e vi confonde, e vi droga di visioni.
 
Con quel viso demenziale gabba l'opinione pubblica
ma lui sogna in mano il mondo, vuole farne una Repubblica!
Diffidate di quel coso con cui raffigura il bello
tiene in mano la sua coda, e la spaccia per pennello!
 
Lo potrete riconoscer per il suo fare maldestro
è così che lui è fatto, è anche il senso del suo estro,
ma c'è ancora un'altra
 cosa che con l'uomo lo confonne
pur se ha animo di micio a lui piacciono le donne!
 
Se lui vede una fanciulla fa richiami e miao d'amore
ma se spunta una bruttona, con l'ascella spande odore!
Amaretto nel caffè, non disdegna il tabagismo
si fa lusso d'ogni vizio come un figlio d'estremismo.
 
Se è sul vostro cornicione vi può fare un poco effetto
ma lui manca di equilibrio, cade giù nel cassonetto.
State attenti alla morosa, nascondete la sorella,
ve lo dico in tripla rima, che la vita è ancor più bella
con questo ridicol uomo quale è il gatto Baldarella!
 
 
                    (Istrionica Appendice a
Old possum's book of pratical cats di T.S. Eliot,
sommo cantore dimentico di un gatto importante)
2008/1/8

TUTTO IL DOLORE DEL CIELO

Attesi, nell'incavo elicoidale delle ore, una lancia a salvarmi dal naufragio del tempo. Ero bambino allora, di quell'età che allieta ogni colore, ed avevo già paura di morire. La famiglia era un loculo, mi salvava, mi proteggeva, coprendomi il capo in un burka d'amore, ed io non sapevo, no, non conobbi allora cosa serbava nel petto, ciò che stava dietro le costole del mondo, e riposavo e ridevo, lieto e con occhi sereni, dietro l'inganno universale, il masso o capitello che nasconde, come un ebreo dalla scure di Kappler, tutto il dolore del cielo.Per questo sono cresciuto con l'immagine di dar amore all'umanità, pretendendo che l'umanità mi desse amore; ma l'amore è sordo e figlio unico, e gira il suo giogo in un campo di segale e sale, sterili buoi che camminano affannati al peso di un aratro dalle ruote di piombo; l'amore non è un diritto ma debolezza del fato e tirannia del cuore. Le luci di sotto illuminano il ritorno mentre ondeggio su questa strada muta. Ed io non sono un ignavo ma un folle che ora volge le membra alla notte pregando un abbraccio di oscurità e candore...
2008/1/5

MANIFESTO DEGLI SCHINIATORI

Ognuno di voi per Capodanno avrà fatto qualcosa di interessante: chi è partito per un viaggio, chi ha lasciato la ragazza, chi ha festeggiato infiammandosi i peti al posto dei fuochi d'artificio.... qualcun altro ha pensato bene di metter su carta tutta la propria weltanschaung o per lo meno il nocciolo duro della stessa, nella paura di non arrivare all'anno nuovo e di lasciare l'umanità priva dell'immensa saggezza del suo Verbo: vi allego di seguito l'opera magna che ha aperto il 2008 nel modo più lascivo, creata dal nostro schiniator maximus Rokko Brukkoleri:
 

Ciò che segue non ha nulla a che vedere con la letteratura, né con le lettere, tantomeno con i letterati…è un appunto!

Tutto non nacque, semplicemente si verificò, senza date né appuntamenti. La schiniata è oggi ciò che fu la 500 durante il boom economico……naturalmente, come i più luminari si saranno accorti, il verbo schiniare non si trova sul Devoto-Oli e credo che anche il nostro Umbertone nazionale si troverebbe di fronte ad un enigma ragguardevole!

Quella che nel resto della penisola è conosciuta come “limonata” o “paccata” o “trescata” , insomma il bacio passionale , in Sicilia è per noi la schiniata! Ma con questo termine si indica molto di più di un semplice approccio bocca bocca con lingua, per noi è uno stato d’animo!

Quando noi maschiacci siculi si va a far baldoria di sera, non si tenta di innamorarsi, di far i provoloni tanto per il gusto di farlo, noi vogliamo schiniare.

Ci importa meno della salute del Papa se non scopiamo, se la tipa ci dà il numero con l’ultima cifra sbagliata o se c’è il rischio che quella sventola che hai conosciuto l’indomani parte e forse la rivedrai tra quattro mesi, se ci schinii hai vinto!

Ecco, capisco che non è facile da comprendere, ma è semplicemente una forma di relazionarsi, in maniera pacifica e senza l’impegno dell’intimità sessuale che poi altera sempre il rapporto.

Noi schiniamo per essere felici, per continuare la serata sorridendo e per risvegliarci la mattina e ricercare, nel putiferio della sbronza, quel dolce sapor di lingua femminile che ci ha reso quelle ore un pò più uniche ed effervescenti.

La schiniata è una maniera di affrontare la vita, è una tecnica di sopravvivenza, è un modo di confrontarsi ed è, ovviamente, anche una valvola di sfogo. Certo, alle volte bisogna anche andare un po’ oltre, ma questo mai deve essere il fine, l’unico obiettivo concesso agli schiniatori di professione è la speranza di farsi una schiniata per avere un po’ di materiale fresco per una decente seghella, tutto il resto non fa parte del nostro manifesto.

Noi non siamo perversi, ognuno di noi affronta quotidianamente le innumerevoli difficoltà dell’esistenza, si suda, si piange, ci si dispera come purtroppo è giusto che sia, non siamo dei “minatizzi” e neanche gente vuota, ogni forma d’arte e prestigio è in noi presente, noi idolatriamo la conoscenza e la casualità, adoriamo l’imprevisto ed accogliamo gioiosamente i pazzi savi, rigettiamo le bestie ed i burini nei luoghi a loro addetti

noi imprechiamo la raffinatezza e l’estetica, curiamo il particolare e rafforziamo la storia noi siamo degni figli di questo universo, cittadini del mondo ed ammirevoli socializzatori, ma soprattutto noi elogiamo la schiniata contro ogni forma di violenza.

2007/11/25

DENEB ALGEDI

Cos'era quel respiro ansante che ruppe la quiete dopo il clamore?  Con l'odio irreprensibile che acquieta la nevrosi, io trovai, oltre la selce, oltre il rumore, il cielo di marte, di seta ruvida rosso rubino, e mi sorrise con occhio che abbaglia. Era la sera delle gote assetate, ed i giorni passavano, gravidi pattumiere, come preservativi usati, a raschiare le ore nelle voci dei calici di vino, a rubare la pelle a chi coglie le more. Adesso son solo, ti guardo ballare, circondata di mani, protesa agli odori, di vampe e di lune bagnata, rapita dai soli. Stasera vagavo fra note stonate, tra posti e locali che sono tue mete, però tu non c'eri, è difficile amarti, e tu non sei donna ma doni la vulva a braccia di passanti, accogli tra le gambe uomini, padri dei tuoi figli di una notte; ed ogni orgasmo è un aborto, uno spermatozoo che ormai se n'è andato. Ma in fondo è così, io volevo una vita, in prestito, in comodato, emozione sanguigna di un taglio istantaneo. Dove andrai adesso, mi chiese l'uomo al bancone. Dove mi porta la notte, fu il mio canto silente, tra la sera ed il buio, come se morente potessi tenderti un bicchiere e brindare alle stelle. Ma lo presi, quel whiskey, ne bevvi a più rate. I ricordi affogano, non sanno nuotare. Volevo distruggerti, saperti lontana, idea di un mio sogno appena sfiorito. Io sono il tuo confessionale. Nella predica delle ore notturne, dipingevo sorrisi, nascostamente segando il pennello, ed ognuno cercava approvazione. Durante la caccia al fagiano si vuol sparare in alto. Se la preda ti gira intorno, ti sembrerà uno scoiattolo o forse non te ne accorgerai. Maledetto segno pervicace che tormenti elettrodi e la nascita. Fuggi via prima che il freddo ti porti, prima che la luna assassina ti stringa forte a sè nel suo velo di raso. Sono solo, ramingo. Nei paraggi non c'è nessuno: ma non riesco a spiegarmi questa smania d'attenderti nella folle promessa di vincere il tempo. 
2007/11/24

VA A DORMIRE

E ancora una volta, calpesto il marciapiede con viso sommesso… i miei piedi schivano i solchi, piccoli laghi d’acqua piovana figli di gocce e grondaie ed io guardo il seme nell’aria che rotola… il silenzio che passa, e cade sui binari dei tram, s’investe sotto i motori delle auto.. .e ancora non comprendo perché prima del sonno, io attenda il ciglio dell’alba. La mia continua ricerca tra i cespugli, rovisto tra il fogliame del tempo perduto, e trovo pagine bianche o forse macchie di troppo, talvolta anche poemi di vita vissuta, ma è solo epica dell'esistenza, e i fogli non bastano mai. Inseguo i miei giorni, comunque si vestano, ma non ne tengo il passo e perciò tormento le notti. Ancora la luna non si è abbassata, ma il canto di veglia del mondo disturba le mie orecchie come un rapace che ronza nell'aria.

 

2007/11/22

SEDUTO SULLA CERVICE

Penso sia la stanchezza. O forse quella strana voglia che mi prende la notte dopo ogni bevuta e qualcosa vola via, dentro me, come una lenza quando il pesce ha abboccato. God, che stupida follia. Al limite del godimento, non riesco a penetrare la noia per ingravidarla di gioia. Mi ferma la bocca dell'utero, il suo lieve pompino di cervice dove attendo e spingo, spingo, garrisco, spingo, agito, spingo, lavoro di frenulo, spingo, e fatica trasuda dagli occhi, spingo, anche adesso che son cieco, e spingo, il mio amore amaro fino alla gola eiaculando, e spingo infine, finchè la mia voglia non soffoca. Alimento della carne, arsura dello sperma. Il cuore è sciolto, sentine l'odore, il cuore è cera, e tu sei il calore; Dio, prenderei il telefono ed urlerei, ricomporrei i tasti come un mosaico, prefissi d'anima senza elenco, arriva arriva animale del cuore, ancora caldo, liquefatto, poltiglia emozionale che scacci il rancore, potresti tradirmi ma sarebbe l'ennesima, potresti voltarmi le spalle ma il tuo volto è lontano, e allora lo so che non vorrai più aiutarmi, monti le assi incastrandole in croce, il mio petto è pronto ad un nuovo calvario, un Golgota bruciante, il rogo del peccatore d'amore... mio buon Gesù, hai ancora fecondato mia madre? Getterei la maschera, ma non ho teatro, soltanto palcoscenici di donne e di ore, non so dirti perchè, Euridice, ma avevi un cane, ed eri forse tu quella ninfa, o forse il cane, maledetto austero rabbioso animale, splendido licaone dal viso superbo, ed io arreso come quel pezzo dei Moloko, restavo io, frammento rosso di un ventre giallo, restavo qui, e San Michele aveva un gallo. E per addomesticarmi non basteranno latteemiele, ma solo la sera che mi si accosta vicina. Mi sento un relitto, un lamento di donna, un sentiero d'autunno che appena spazzato si copre nuovamente di foglie secche. Tu sei il sicomoro, e spero di abbatterti con violenza inaudita.
2007/11/21

MARCUS MILLER

Un assolo baritonale era la sua voce, arbusto efedrino di lisergia tagliente. Era un colpo di grancassa il suo urlo improvviso, ed ancora noi stavamo a guardare il suo baffo di tigre fiammeggiare lontano, nel folto della notte come vampa che acceca. Io lo guardavo e nel frattempo ballavo, perduto nel sogno di una danza come nei balcani, circondato da sangue dell'est e loro forme procaci. Ti sento lenta come un dolore. La scia ricorda un destino fradicio. Il tuo nome ed il sole, un letto sudicio. Tu, pornoanima in pornocuore. Ancora mi cerchi ed osservi la notte, qualcosa suonava in quel velo di ore. Vedevo le luci del giorno, i rivoli assurdi di Goethe e di Marlowe. Cominciò con un jazz, poi Stewie Wonder, quei fianchi balcanici ondeggiavano amore, continuando col funk riuscivo a dimenticare, ma guardavo il suo basso, non mi potevo destare. E fu nell'alcova di mille preghiere, che io resi l'anima al primo bicchiere, nulla ormai ci separava; un pavimento più alto, veniamo insieme, dal sax tenore a quello contralto. Scusate se termino, ma dovrete sapere, che vidi le mani di Dio, ed erano nere.
2007/11/19

I RAGAZZI SARANNO SCHELETRI

Imprimo parole come musica, e la tastiera è un piano che imprigiona note in forma verbale. Cos'è questo fragore che mi tormenta l'anima? Un'eco smunta, una flebile voce in sottofondo e tutto quel che era lontano adesso è ritornato. Vuoi fuggire da queste nuvole accecanti? Vuoi che il tempo, e quelle onde, siano delfini che ci portino via, e non la nostra tomba? I ragazzi saranno scheletri. Ma noi saremo andati al galoppo e le ore non ci prenderanno. Quando il sole tramonterà, altri sguardi cercheranno i nostri sorrisi, altre braccia il nostro petto, altre mani firmeranno trattati. Ma la polvere resterà, madre dei giorni che imbianca le gote, i cuori saranno tumulati, ed un'altra data solcherà il calendario. Mi fa quasi piangere a pensarlo ma è la vita, matrigna benefica di cui siamo le vittime. Il nostro corpo deflagrerà; le piante berranno le nostre lacrime; il nostro sperma feconderà le notti, e cesserà di riprodursi. Siamo falene che urlano nei cerchi del buio crescente, noi piccole pantomime accese come fiaccole. Ed un giorno un uomo verrà, prendendoci per mano ed accompagnandoci. E finalmente ci dirà che la morte è cominciata prima del parto. E la nostra nascita non sarà stata che una vampa accesa prima del salto nel buio.
2007/11/17

GONGILA

Uno schiaffo d'ardesia lacrimante passa per la mia via come fosse un lampo che volge al termine della notte che m'osserva. Io sono qui, ed attendo. Attendo da ore. Ed ancora penso a quel bacio. Lei si fidava, non riesco ad immaginare quanto. Potresti mai farlo anche tu? Suggere nettare passionale di chi ho amato, dimenticare il mio volto e rapirle le labbra? Come fosse un delitto efferato. Ma c'è sempre il motivo per un cadavere. I pugnalamenti alle spalle hanno sempre un retrogusto di noia ipocrita, come se chi ci stesse davanti dovesse compiacerci, come fosse un istante fugace da dimenticare quello in cui ci sodomizziamo. Vicendevolmente. Che malattia. Fegato e pancreas incancreniti. Si decomporranno, corpi morti sul finire dell'estate. Non ho mai potuto dirlo, ma sento una somiglianza, uno specchio d'anime che ammansisce la rabbia. Se tu sapessi di quel bacio. Se tu sapessi a chi doni la fiducia. M'indurresti a fuggire,a pensar male dell'amicizia, quasi quanto te ne parlavo quella sera. Io, che ho visto i reconditi anfratti di quell'animo turpe. Io, che ascolto il suo canto lontano rimpiangermi ancora. Io, che rifuggo i malesseri per non crearne di nuovi. Allora svegliati, o Gongila, ed osserva la luna. Dal suo davanzale lei ti guarda e ti cura; ed un giorno vorrai tenermi la mano, come stasera sulle tue calze di viella. Ma sarà forse tardi, il mio cervello è come granito. E tu resterai come adesso, finora, un bianco pattume di giorni già usati. Le membra mi gelano, vado a dormire. Un giorno, se vuoi, come un cadavere caldo, qui potrai anche morire. Ma fino ad allora ogni cosa è un igloo; ed ogni tuo sguardo sarà un velo schiarito nelle notti insonni che hai visto sbiadire.
2007/11/14

I HAVE GOT A BRAIN

I have a little car

& I live in the quarrel

Around a figurehead

Who rolls his cut over my eyelids.

 

Astenico. In chirurgia plastica d'anima tendo un braccio all'anestesia. Sordido biscazziere della vita, punto i miei giorni e trucco la roulette. In questo gioco l'inferno è la biglia su cui punto una nassa. Poi giro il mio cammino e gli occhi divengono scuri.

Tagli di spettri solcano l’aria di piombo che avvolge questo bosco di palazzi d’acciaio; noi passiamo così, sordidi prigionieri dentro gabbie di lamiera su zattere-ruote nel suo fiume bollente di pece e catene. E nessuna avrà mai più il sapore dell’eternità. Ora sono solo e la gente dai marciapiede mi osserva, riverso nell’angolo di un foglio che come carta assorbente pulirà la mia sozzura, il mio vomito, mentre i negri ne canteranno. Sono ancora solo, mi giro e guardo fuori: un mondo di cancelli e uomini in tuta mi respinge e al suo ventre mi cinge, un mondo di fast-food e passi carrabili mi ha accolto nel suo grembo, cresciuto, temprato e poi è diventato cieco. Ora sono solo, e la gente dei marciapiede non vede il pallore sul mio viso.

2007/10/18

LA RADURA

Sabbia rossa e livida
che circonda muta la mia via
Lo scotch mi regge il gioco
per aggirare la malinconia

Una pioggia di schegge ardenti
È del mio centauro il pianto
Sangue intriso nei cerchioni
E il motore intona il suo canto

Fuggivamo nella notte
sulle strade fra i gorghi del vento
L'asfalto si squarciava, le catene erano rotte
Ma il mio passato triste non pareva essersi spento

Un temporale, la natura nel suo sfogo
Visioni nei miei occhi esplosero in un rogo
rividi la pallottola, il suo occhio ancora aperto
tutto sembrava perdersi nel silenzio del deserto

Nessun posto è immune a quel che fu una volta
E un giorno vidi lei, fantasma di ogni colpa
Tra le dita fini la pistola, un buco nella testa
Mi fissò torva e disse "il passato resta"

è arduo essere liberi, questione di mercato
vendiamo ai giorni il fegato, chi lo avrà mai comprato
La libertà è un turbine, può anche far paura
Preferii non cavalcarlo e restai nella radura

Preferii non cavalcarlo e impazzii nella radura
Preferii non cavalcarlo e restai nella radura
Preferii non cavalcarlo e impazzii nella radura

2007/10/6

PROBABILMENTE L'AMORE (PARTE III)

Lei non riusciva a proferir parola. Lui la guardava, quasi con distrazione, pensando che quella che un tempo era l’unica cosa da proteggere adesso era quella che più disprezzasse. Del resto, non ci si può illudere di essere l’unico astro a splendere tra le nebulose quando si è circondati dall’intero universo. Provò il complesso e la vanagloria della Luna ammaliata dalla folgore della propria luce riflessa: sentiva che avrebbe potuto rischiarare continenti ma nessuno poteva adesso ammirarlo o ristorarsi col suo vivido bagliore, in quel momento.

Lei tentò di parlare “Andrej, io… sono stati giorni difficili…” “Tieni”, disse Andrej consegnandole i fiori ormai cadenti che per tutto quel tempo il suo braccio aveva nervosamente spremuto contro la parete, “sono dispari come si confà a una donna… e vividi come il nostro amore”. In lui non c’era più odio, quanto profondo disprezzo commisto a indifferenza che celava un’enorme ferita sanguinante. “Adesso vattene” disse in maniera contenuta ma decisa. Lei esitò un po’, ma le mancò il coraggio e si alzò. Scappò via, lasciando cadere alcuni fiori tristi gravidi di rimorso prima di sparire. Lui prese la sfera di vetro, e la fece saltellare sulla propria mano: adesso era rimasto solo, in quella stanza dove mai si era sentito abbandonato, quelle mura che per lui erano state talamo e nido d’amore. Cominciò a pensare e si commiserò per le proprie illusioni. Anche a lui, a Berna, si era presentata l’occasione di tradirla. Ne era stato anche fortemente tentato, dati i modi affabili e maliosi della giovane donna che lo stuzzicava dopo la cena nel bar dell’albergo. Ma era stato sopraffatto dai propri principi, specie in quel periodo gli sarebbe sembrata la cosa più sbagliata. “Stupidamente”, pensò in quel momento. E fu così che l’autocompassione si mutò in rabbia, e scagliò la sfera di vetro contro il muro: solo la forza dell’odio aveva mosso il suo braccio, odio verso se stesso, ed istinto procreativo; guardò la foto del giorno del loro matrimonio: quale foschia dell’intelletto, quale sommo inganno dei sensi, l’aveva trascinato fino all’altare della menzogna? Prese le rose e ne sparse i petali discinti sul letto sussurrando veementemente “sì amore mio, ti scalderò con fiori d’arancio amore mio, saranno le tue vesti eleganti amore mio, ti odio amore mio, ti amo odio mio……” e i suoi occhi erano sbarrati, i denti d’adamantio digrignati come sbarre serrate in una cella d’astio e recriminazione, le sue gambe frenetiche tracciavano traiettorie spasmodiche e irrazionali. Pensava, rimuginava e più si scervellava più si rinchiudeva in quella vergine di Norimberga che trafiggeva la sua mente con ricordi affilati. Non c’è nulla di più tagliente e vessatorio del rimpianto, quando ormai ve n’è lontano ogni rimedio.

Allora si mise di fianco al letto e cominciò a masturbarsi. Pensò a Sandra, seviziata, implorante, stillante sangue. La pensò in agonia, distesa sul letto ad esalare gli ultimi gemiti di vero e autentico godimento, quello che i giorni vissuti non rendono poiché la vita è ingannevole, esattamente come l’amore: la verità è nascosta sotto il tenue, fragile velo della morte. “Probabilmente l’amore è un sogno greve disegnato da un folle alle porte dell’alba… probabilmente è un vasto mare che prima culla e poi t’affoga, quando scudiscia il temporale… o forse è lieve pioggia che cela d’affogarti, ma rinfresca il palato solo quando più l’agogni, quando sei disidratato…” E in preda all’eccitazione delle sue immagini deliranti, raggiunse il suo orgasmo ed eiaculò sul letto cosparso di membra di rose, godendone come un rito di catarsi. E rise, rise con voce stridula e stentorea mentre i suoi occhi lacrimavano sfrenatamente, bagnando la sua pelle rossastra. Si sentiva molle, in balia dei flutti, il corpo colmo d’acqua nel fondo dell’oceano della sua disperazione e desiderava solo asciugarsi, cosa che il suo fuoco dentro non riusciva a realizzare: e così le fiamme imprigionate nelle sue pupille si affievolirono, e solo dopo si riflessero ancora più alte, quando gettò il suo zippo acceso tra lenzuola arrossate e spermatica organza. Allora lì si stese, mentre il suo corpo sprofondava nel terreno, e continuò a masturbarsi canticchiando Perhaps Love, mentre l’inferno di quella stanza spegneva l’incendio dentro il suo cuore.

2007/10/4

PROBABILMENTE L'AMORE (PARTE II)

Ciò che lo lasciò perplesso fu un ingrigito calzino bianco fuoriuscente dalla porta socchiusa della sua camera da letto; e parve che i fiori gli seccassero in mano quando si avvicinò ulteriormente sentendo gemiti di godimento estranei frammisti ad altri a lui più familiari. Il suo cuore parve cadere in abisso profondo, perduto oltre lo stomaco e la materia: dallo spiraglio lasciato dalla porta semichiusa, vide sua moglie avvinghiata ad un altro uomo, “un nerboruto omone dai movimenti secchi ed alquanto decisi”, pensò, e pensando in tal modo percepì una sottile, subitanea ironia dentro se stesso, che trovava posto nell’oceano di rabbia in cui stavano naufragando i suoi buoni propositi solo grazie alla sensazione di paradosso indottagli dallo scenario che gli si palesava innanzi. La sua Sandra, la donna a cui aveva votato la propria fiducia, lo pugnalava ogni secondo di più mostrando il suo corpo inerte, le cosce perlacee aperte, fra arti sconosciuti, con il viso egoista e rapito dal piacere: lo stesso viso che lui vedeva in quegli stessi attimi d’amore, illudendosi di essere l’unico a poterglielo donare. Le stesse palpebre guduriose, chiuse e molli come tende di una finestra lambite dal vento, che in quel momento imploravano dominio, possessione quando a lui in passato era parso abbandono. Il paradosso si mutò in beffa quando, per terra, ai piedi del letto, scorse un cappello da postino. Oh Dio, come nelle più becere commedie o volgari barzellette, pensò fra sè.
Si erano conosciuti una decina di anni prima, in un delizioso locale, al tempo punta di diamante delle notti mondane praghesi, dove suonava una jazz band, non molto differente da quelle che si trovano a ponte San Carlo, solo forse un po’ più elegante nel vestiario. Lui era lì per lavoro, non aveva nemmeno trent’anni ed amava ancora smodatamente la vita notturna, lei era in viaggio di piacere con due amiche. La vide subito nella penombra perché le sue grandi pupille luccicavano come due scure fiammelle riflesse su uno specchio d’acqua tremula, e la sua pelle d’ebano la rendeva simile alla statua d’una regina d’altri tempi. Un cameriere portò al tavolo dove lei sedeva una bottiglia di ottimo Krug che celava un biglietto in cui stava scritto “Probabilmente l’amore è come una finestra, forse come una porta aperta… ti invita a venire più vicino”. Quando alzò la testa di nuovo verso il palchetto, la stessa band continuava a suonare ma un altro uomo teneva il microfono, e guardava verso lei rapendola nella malia di una dolcissima versione di Perhaps Love conclusa prostrandosi in ginocchio dinanzi all’intero locale. Ne fu lusingata e fu così che nacque il loro idillio.
Si risvegliò dal suo flashback ad occhi aperti di scatto, quando sentì il tonfo delle mani di lei che sbattevano sul legno del cassettone di fronte al letto: l’energumeno l’aveva presa di peso con facilità e adesso la stantuffava energicamente tenendola per le natiche a 90 gradi. Lui era ancora lì, attonito ed immobile spettatore. Era un voyeur che spiava un pezzo della propria vita privata in repentina deflagrazione mentre loro gli davano le spalle, e la sua iride spiona non riusciva a distogliersi da quel teatro soffuso come un sogno, seduto com’era in poltronissima dinanzi il palcoscenico della propria sofferenza. Osservava il quadretto con attenzione quasi da medico legale e ciò che gli venne difficile non notare fu l’enorme discrepanza fra sé e quell’uomo: lui, con quell’aria da bravo ragazzo, il fisico minuto, la pancetta incipiente; l’altro con quel fisico bronzeo da culturista, la mascella inettamente squadrata. Gli pareva ci fosse un abisso a separarlo da un simile cavernicolo. Che qualità poteva vedere Sandra in quell’uomo che lui non avesse? Forse davanti a lui, senza scervellarsi troppo, stava l’unica spiegazione.
Le mani di Sandra si muovevano convulsamente tra la foga e l’eccitazione tanto da urtare la sfera di vetro sul piano del mobile su cui si poggiavano. Questa cominciò a rotolare per terra fino a sbattere contro il muro accanto la porta della stanza, posandosi proprio a qualche metro da lui. Era una sfera contenente un cuore, comprata in un negozietto nei pressi del Ponte di Rialto, durante la loro luna di miele. L’avevano messo accanto la foto del loro matrimonio perché era anche quello un ricordo del loro sigillo d’amore. Non si stupì più di tanto nel vedere sottili incrinature nel vetro, in quel momento, e gli parve non fosse una conseguenza meramente fisica.
Passò qualche minuto che i guaiolati si intensificarono finchè il coito dei due terminò. Andrej non batté ciglio: dentro sè tutto pareva muto, come una completa catatonia dell’anima. Non riusciva a provare emozioni, né sensazioni forti, voleva solo pulire lo sporco intorno a sè. Vide Sandra dirigersi verso la sfera per raccoglierla: nel chinarsi non notò subito la presenza del marito. Cosa che invece non sfuggì al suo gigantesco amante il quale strabuzzò, non appena giratosi, gli occhi attoniti in direzione di Andrej. Lievemente, lei alzò lo sguardo, fissandolo come fosse un fantasma. Andrej aprì la porta delicatamente, e guardò dritto il postino ancora immobile. Questi pareva spaurito, quasi mortificato di tutta la situazione: avrebbe potuto affrontarlo a muso duro, grande e grosso com’era, ed invece appariva piccolo come un francobollo in quell’istante, fu il suo pensiero. “Bel pacco” fu tutto ciò che Andrej riuscì a dire al confuso portatore di lettere. L’energumeno raccolse velocemente il cappello e, coprendosi con quello gli attributi, corse via con la miserevole espressione dell’idiota stampata sul volto. Restavano soltanto loro due.

2007/10/3

PROBABILMENTE L'AMORE (PARTE I)

“Perhaps love is like the ocean, full of conflict, full of pain

Like a fire when it`s cold outside, or thunder when it rains

If I should live forever And all my dreams come true

My memories of love will be of you”

                                                                                       (John Denver)

   

Appena sceso dall’aereo, Andrej si rese conto di quanto terso fosse in realtà quel giorno di Luglio. Soltanto pochi minuti prima i suoi occhi scrutavano, dal finestrino adiacente,  il sole incorniciato nell’azzurro dell’etere, tentando invano di distrarsi dai turbamenti che gli avviluppavano l’anima in un cerchio di pietra. L’inattività cui lo costringeva il volo gli procurava un senso di frenesia quasi soffocante, e spesso si perdeva inerte nella panacea dei pensieri quotidiani. Il viaggio a Berna, nonostante fosse a scopo di lavoro, era stato quasi catartico: ora si sentiva quasi rinvigorito, con la mente più leggera. Le recenti liti con Sandra lo avevano turbato a tal punto da non aver indugi sull’accettare un incarico su cui inizialmente non aveva affatto voglia di spendere energie. La situazione si era fatta poco sostenibile, e le aveva detto che forse sarebbe stato meglio per entrambi allontanarsi per un po’ di modo che la reciproca assenza potesse schiarire loro le idee. Così era partito due giorni dopo con la prospettiva di tornare qualche settimana più tardi. Ne aveva proprio bisogno, fu la conclusione del suo personale resoconto.

Appena uscito dall’aeroporto, fermò un taxi. Abbassando i Persol scuri fino alla punta del naso, scostò lo sguardo verso l’alto: decisamente la giornata non era luminosa come gli era parso a 8000 metri d’altezza. Un fitto ammattonato di nuvole sopra la sua testa copriva il tetto del cielo, da cui sfuggiva, sporadico, qualche debole raggio solare. Dopo aver dato al conducente il proprio indirizzo di casa, si perse ancora una volta nell’ammirazione del panorama circostante: gli era sempre piaciuto guardarsi intorno ogniqualvolta si trovasse su un veicolo in movimento; sin da bambino si divertiva ad immaginare che fossero la strada, gli alberi e il caseggiato a muoversi, e che lui stesse lì immobile ad aspettare che la destinazione gli si fermasse innanzi. Questo pensiero agilmente guizzato dalle memorie della sua infanzia lo fece sorridere per un istante. Pensò che era una fortuna che il lavoro svizzero si fosse svolto così rapidamente. Il capo della commissione si era congratulato con lui ed i suoi colleghi per la celerità e la precisione profuse e li aveva congedati anzitempo senza indugio alcuno. Era forse il momento di mettere da parte i dissapori, affrontare i problemi con serenità e, una volta risolti, vivere con animo rinnovato la sua vita sentimentale. Si, rifletteva sentendosi risollevato: forse era davvero ciò di cui aveva bisogno.

Una volta giunto sull’uscio di casa, strinse sotto un braccio il mazzo di rose rosse appena comprato e fece per infilare la chiave nella serratura, ma la porta si aprì alla sola spinta del ferro. Probabilmente Sandra non si era accorta di non averla chiusa bene: anche per lei dovevano essere stati giorni confusi, poverina, certe distrazioni non le erano proprio consuete. Ma comunque a quell’orario lei doveva essere per forza in casa e, avendo deciso di coglierla di sorpresa, chiuse l’ingresso con tatto leggero e avanzò verso la zona notte, non avendola vista in salone né sentendo il concerto di pentole e stoviglie caratteristico di ogni donna in cucina.

2007/10/2

HAPPY NEW YEAR

Gente al mare, in costume; donne dalle vesti succinte, le loro pelli esaltate dal riflesso della luce del sole, un sole gelido come ogni vetta lontana, così alta e irraggiungibile; e quel venticello che ancora trasporta l'odore del mare, quel sale che ti si attacca alle narici simili a miniere senza lavoratori in sciopero...mi ha causato quasi un po' di magone l'ultimo giorno di bel tempo agrigentino; mi ha ricordato la fine dell'estate. E adesso sono qui, dopo 4 mesi vorticosi come gabbiani in planata. 1/3 di anno, frazione come tante altre di questi blocchi di secondi infinitesimali. Ed ora eccomi qui, ed è come se fosse passato, un altro anno, gli anni, scatoloni di giorni creati per vender calendari e tette al vento. Si rinnovano i propositi, si arrossa ancora la scolorita porpora dei sogni, e pare quasi diverso lo stesso inutile paesaggio. Come Giovanni Drogo, vivo la turpitudine del sicuro, e mi affaccio sul deserto cercando di scorgere i miei Tartari. Ma ancora una volta quel che vedo è un cumulo di pietra e foschia, ed oscillo fra Ridotte e solinghi turni di guardia... fuggirò un giorno dalla fortezza Bastiani, e spogliandomi delle vesti di soldato scoprirò forse un abito da Tartaro che si sfalda al rinverdire delle foglie...
2007/6/1

LA RICERCA DELLA FELICITÀ - Commento ad un post dell'uomobambino

"La vita è rapporto. Anche il sannyasin è in rapporto con gli altri: può rinunciare al mondo, ma è comunque in relazione con esso. Non possiamo sfuggire ai rapporti. Per la maggior parte di noi i rapporti costituiscono una fonte di conflitto; nei rapporti c'è paura poichè c'è dipendenza psicologica dall'altro. Ciascuno di noi è in rapporto non solo con i genitori o con i figli, ma anche con l'insegnante, il cuoco, il servitore, il direttore di scuola, il comandante, e la società nel suo complesso; e fin quando non comprendiamo questa rete di rapporti, non può esserci libertà dalla dipendenza psicologica che causa paura e sfruttamento. La libertà si realizza solo attraverso l'intelligenza. Senza intelligenza, limitarsi a ricercare l'interdipendenza o la libertà dei rapporti
vuol dire rincorrere un'illusione. Ciò che è importante dunque è comprendere la nostra dipendenza psicologica nei rapporti. Solo svelando le cose nascoste del cuore e della mente e comprendendo la nostra solitudine, il nostro vuoto, per noi può esserci libertà, non dai rapporti, ma dalla dipendenza psicologica che produce conflitto, infelicità, sofferenza, paura."
                                    
                                                 JIDDU KRISHNAMURTI - LA RICERCA DELLA FELICITÀ
 
Sai, quando rileggo questo libro mi viene una profonda nostalgia, ed un senso di vuoto mi scava l'anima, s'annida come una talpa che sta scavandosi la tana...... lo leggevo al liceo, il tempo in cui l'orientale era intellettualmente radical-chic. Questa Palermo è tenue, Pe'. Se mi affaccio al balconcino, intravedo dietro basse palazzine la cima del Politeama. Il che a dirlo mi suona parimenti orientale, perchè è come se un edochiano adesso ti scrivesse di vedere il Fujiama. Te lo immagini, tu, il Fujiama? Chissà dove starebbe nascosto per noi dietro tutti quegli strani simboletti contorti che chiamano ideogrammi! Eppure sai, mi sento sereno. Si, è un tedio sereno il mio, qua nel cuore martellante di Palermo. Agrigento sembra quasi lontana, nonostante i chilometri che ci separino non siano poi così tanti. Eppure mi sento quasi in un altro Stato, e sento che ancora qualcosa mi causa piacere. Mi piace il cielo che si specchia nel mare. Mi piacciono le voci familiari, dialetti che si perdono fra le vie della città in movimento, anche a quest'ora della notte. Mi piace il sorriso bonario del vecchio Kurt Vonnegut. Mi piace la Nanda Pivano che scrive sempre degli stessi ricordi beat, con la stessa nostalgia. Mi piace la granita, mi piace ingoiarne a sorpresa i semi di limone; mi piace immaginare che delle lumìe germoglino nella mia anima dopo averli digeriti. Sarà l'isolamento a cui mi forzo in questi giorni...anzi ne approfitto:
 
CHIEDO SCUSA A TUTTI VOI, RAGAZZI, PER IL SILENZIO PROLUNGATO, L'ASSENTEISMO PRESENZIATO, LE PAROLE TACIUTE (TANTE, INNUMEREVOLI SILLABE DI FUOCO), LE CHIAMATE NON RISPOSTE... HO UN BRUTTO RAPPORTO COL CELLULARE, ED AL CONTEMPO CERCO DI FAR PACE CON ME STESSO... SCUSATE SE NON VI RISPONDO, SCUSATE SE NON VI RICHIAMO... IN COMPENSO STO TANTO LAVORANDO, TANTO SCRIVENDO... QUANDO ME NE SAZIERÒ, PER QUALCHE GIORNO SARÒ SALVO, FINO ALLA PROSSIMA DIATRIBA SOLIPSISTICA.... chi vuole intendere intenda, chi non vuol capire non capisca...
2007/5/20

EMOSENTIMENTALMENTE

Sangue, sacrale sangue, che sfiotti dai lobi della terra, prendi i miei occhi e agilmente soverchiami come fossi un cieco in preda all'epilessia. Esci dai pori, dalle caverne alterne della pelle, e schizzi sui muri col tuo volto severo, ed io ti guardo col viso silente di chi annuisce alle sere, sento i tuoi assensi e li guardo come fossero figli, disgraziati generati da uno stuolo di isteriche puttane . Quest'asfalto funesto mi carezza cattivo; il nero cemento mi avvolge come un padre, o il velo di un tumulo prima della sepoltura, e vedo i palazzi fissarmi severi, mentre torno verso casa da fabbriche di rumore. Scusami, davvero, non volevo stordire il tuo orecchio ma è così bello, o sangue, il tuo suono ribollente, è così turgido il tuo sguardo d'ardesia, e fitto e profondo come le cave, e rapido e folle come l'amore. Perchè io sono vampa che profuma, e melassa che collassa: credi forse, mia rossa fiumana, che potrei pretenderti, come un vinile comprato al mercato? Non al tarlo nè ai tafani insistenti io cederò il mio cuore, ma al placido cielo che cullerà la mia siesta. E allora che vi dico, non state nemmeno ad ascoltarmi, ed attonitevi se ogni mia parola è vacua: poichè io proferirò ogni verbo come se fosse pioggia, ed ai vostri desideri brinderò, con volto ridanciano, neanche fosse notte, ed io un cabarettista che volteggia nel circo della luna. Perciò adesso prendo il volo, e masturbo la mia sete, io che non sono altro che uno strascico di quiete, e forse strillerò per l'inganno delle notti, quelle che non ti credono e che hanno i letti rotti, e quando tornerò in un lascito di more, sentirò forse la bruma e di nuovo ogni tuo odore, tu che ti sei perduta fra i salici ed il sangue, tra un ballo ed un passato ove lo sguardo langue.
 
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